SHEIK PATATA-Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah

publish by alex levin 30.04.2008 18:46
SHEIK  PATATA-Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah


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صباح الأحمد الجابر الصباح

 

Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah

 

SHEIK  PATATA

 

Le disavventure di un Ambasciatore nel mondo arabo

 

Dal mese di Aprile 2004 questa era la terza volta che venivo in Kuwait.

Tutte e tre le volte sono entrato col visto visit-visa tutto scritto in arabo ma ben leggibili il mio nome, il numero del mio passaporto diplomatico, il nome del paese che rappresento: la Guinea Bissau e la specifica in arabo della mia qualifica  di Safir (Ambasciatore). Tutte e tre le volte il visto era stato richiesto dal mio grande amico Hamed Faisal Al Khaled, settantenne arzillo , semplice e modesto nonostante suo padre sia stato il fondatore della National Bank of Kuwait e della compagnia aerea Kuwait Airline.          

Lo scopo dei miei viaggi in Kuwait era tra l’altro di cambiare ed entrare nella storia ed invece sono entrato in galera.

Nel 1966 fu creato lo Stato

del Kuwait, conferendo pieni poteri alla famiglia Al Sabah.

Fu dato un termine di circa un anno per permettere alla popolazione residente di registrarsi nel nuovo Stato come Kuwaitiani, ma un po’ per indolenza tipica araba, un po’ per il senso di libertà e nomadismo molti non si registrarono per cui ad oggi in Kuwait vi sono circa novantamila persone arabe nate sul posto, che non hanno documenti atti ad uscire dal Paese ma nel contempo sono inseriti nella società lavorando chi nei Ministeri, chi nelle Forze Armate e chi come impiegati statali  ma tutti con salari cospicui.

Lo Stato del Kuwait si  è sempre rifiutato di riconoscere  queste persone come Kuwaitiani e pertanto non concede  loro passaporti, documenti etc.

La vera ragione di questo non si saprà mai; alcuni dicono perché con la scoperta dei giacimenti petroliferi i Kuwaitiani hanno molti benefici e anche oneri per lo Stato che non vuole incrementare: infatti ad ogni famiglia interamente kuwaitiana vengono elarfiti settantamila kedi (circa dirca duecentotrentamila US dollari) per comperarsi la casa,per ogni matrimonio vengono elargite dallo Stato somme di denaro e così pure per ogni nascita. Altri dicono: per motivi politici; sta di fatto che queste persone, musulmane, non possono neppure recarsi alla Mecca in Arabia Saudita.

Nel 2000, come Ambasciatore itinerante della Liberia avevo iniziato la distribuzione dei passaporti Liberiani. Nel febbraio 2002 tornai in Italia dopo molte traversie e controversie con il mio collega Ambasciatore Liberiano a Rijadh. Da questa contesa ne ero uscito vincitore con tutte le autorizzazioni del caso e come mia l’unica firma riconosciuta sui documenti ufficiali. All’epoca ho spedito in Liberia tantissimi containers di riso, medicinali per aiutare la popolazione; poi il Presidente Taylor veniva destituito ed il nuovo Governo Liberiano non era intenzionato a proseguire nel progetto SPME (Special Prog   ram Middle East) e per questo, dopo molti viaggi in Africa e tantissime “battaglie” che non basterebbe una collana di libri per raccontare,  sono riuscito finalmente, con l’aiuto dell’amico fraterno Paolo Lisa, ad ottenere l’autorizzazione per il programma SPME per il Kuwait, con pieni poteri assoluti e con la nomina di Ambasciatore itinerante della Guinea Bissau, responsabile per tutto il Medio Oriente.

Per la prima volta un Governo accettava appieno un programma come questo che consisteva nel concedere, a chi ne avesse avuto i requisiti, la nazionalità ed il passaporto della Guinea Bissau, sperando in una concreta riconoscenza da parete del Governo del Kuwait notoriamente con il bilancio attivo più alto del mondo.

Aprire una finestra per farsi aprire una porta, questo era ed è il mio scopo. Pertanto in questo terzo viaggio nel caldo mese di luglio, speravo di ottenere dalle Autorità Kuwaitiane il riconoscimento e l’autorizzazione ad iniziare il mio lavoro.

Tutti i documenti ufficiali erano stati trasmessi al Governo del Kuwait  per via diplomatica e cioè l’Ambasciata della Guinea Bissau a Dakar (Senegal) l’aveva consegnati il 13 Aprile 2004 all’ Ambasciata del Kuwait sempre a Dakar e lo stesso avveniva tramite l’Ambasciata della Guinea Bissau a Cuba inviati all’Ambasciata del Kuwait a New York.

Per mia conoscenza e a detta di Al Jasem, Vice Capo del Protocollo del Ministero degli Esteri Kuwaitiano, tutti i documenti erano arrivati ed erano al vaglio.

Partito dall’aereoporto di Genova, spedito il bagaglio, portavo a mano la valigetta diplomatica contenente 150 passaporti SPME della Guinea Bissau tutti in bianco, più i vari timbri necessari.

Al controllo dell’aereoporto  mi fecero aprire la valigetta: mostrai i passaporti ed i relativi permessi con traduzion        i ufficiali asseverate dal Tribunale di Genova, ed il mio passaporto diplomatico: Nessun problema: Stessa cosa all’aereoporto Charles De Gaulle di  Parigi. Nessun Problema.

Arrivato in Kuwait e ritirato anche il mio bagaglio, passavo il tutto nella macchina di controllo: videro i passaporti, mi chiesero il mio passaporto diplomatico ed entrai normalmente nel Paese senza alcun problema.

D’altronde entravo come visitatore e la mia area di competenza era ed è tutto il Medio Oriente. Dopo questa visita dovevo rientrare a Cuba dove sono inserito nella lista diplomatica come consigliere.

Aspettando le autorizzazioni visitavo alcuni amici tra i quali lo Sceicco Bader Faisal Al Sabah. Alloggiavo al B.B. Regency Tower  Quinto piano appartamento n. 9: tre camere, tre bagni, cucina, un salone enorme, tutti i confort con mega televisore con 600 canali ed il tutto al prezzo di 30 KD al giorno (circa 220 US dollari).

La mattina del lunedi del 2 Agosto ricevetti verso le ore otto una strana telefonata. Insospettito chiamai telefonicamente l’amico Ali e gli consegnai i passaporti in un sacchetto di panno dicendogli che, dovendomi allontanare dall’abitazione per alcune ore, temevo che qualcuno a conoscenza volesse entrare nella mia abitazione e derubarmi. Alle ore 10 chiamai il vice capo del protocollo Al Jasem sul suo portatile e mi disse che purtroppo si doveva aspettare ancora una decina di giorni prima di ottenere tutte le autorizzazioni. Alle ore 11 riservavo il volo di ritorno in Italia per l’indomani perché era inutile stare lì a spendere quei soldi per niente. Nel frattempo alle ore 12,30 dovevo rientrare in casa perché avevo un appuntamento col Dr. Hassan che era diventato mio amico e cittadino liberiano e sempre mi ringraziava di averlo “liberato”. Il suo passaporto Liberiano che a suo tempo gli avevo consegnato era infatti pieno di visti per i viaggi all’estero effettuati ed in due anni aveva recuperato  parte del tempo di segregazione forzata per mancanza di documenti.

Che brava persona il Dr. Hassan. Lui cinquantenne ed un'unica figlia vivevono e vivono in simbiosi. Il giorno prima mi aveva portato una torta enorme a forma di cuore, ora voleva ancora invitarmi a pranzo.

All’una circa, mentre ero seduto sul mio divano fecero irruzione in casa una decina di  persone vestite con la disdasha bianca. Mi misero le manette facendomi molto male ai polsi. Spiegavo,sbigottito che ero Ambasciatore, diplomatico e per tutta risposta mi allungarono calci dicendomi:SHERAP (penso Stai Zitto).

Misero a soqquadro l’appartamento rompendoanche alcuni controsoffitti, aprirono la mia valigetta diplomatica e frugarono tutte le mie carte e quando dicevo che volevo spiegazioni e anche dare spiegazioni inerenti la regolarità ed ufficialità dei miei documenti, rispondevano sempre lo stesso: SHERAP. Volevano i miei passaporti. Quando mi chiesero dove erano: balbettai che con le manette che mi strizzavano i polsi e trattato come un delinquente io non avrei mai risposto. Mi liberarono e si cominciò a parlare pacatamente. Si qualificarono come agenti dei servizi segreti (CID)e che avevano avuto una soffiata che io ero in possesso di passaporti da compilare: Risposi che tutto era in regola, che io non avevo emesso alcun passaporto perché attendevo le autorizzazioni e anche perché senza l’accordo governativo mai più avrebbero dato la residenza su questi passaporti con le conseguenze immaginabili.

Per dimostrare che tutto era in regola mi offrii di chiamare Ali e farmi riconsegnare i passaporti che aveva ricevuto in custodia, perché potessero esaminarli ed accertarsi che erano intonsi. Come chiesi telefonicamente ad Ali di venirmi a consegnare i passaporti, questi poliziotti cambiarono ancora atteggiamento e quando Ali arrivò ci caricarono su due auto e ci portarono al comando CID con tutte le mie carte ed i documenti originali.

Non mi chiesero nulla. Dopo un’ora mi ritrovavo in galera.

Il primo che si lamenta delle galere Italiane lo denuncio.

Entrai alle ore 18,30. Mi fecero levare la cintura e l’orologio ed il telefonino, poi mi misero nella prima cella a sinistra 4 metriX 3 con un angolo toilette alla turca senza carta igienica ma in compenso il tutto popolato da scarafaggi, formiche, insetti di vario genere. Per terra, nella sporcizia più assoluta duecoperte panno ruvido mai lavate.

In quei momenti tutto è possibile: o impazzire, farsi prendere dal panico e dall’angoscia,disperarsi anche per la difficoltà di comunicazione, oppure accettare serenamente il tutto.

Io non so ancora adesso chi mi ha dato quella forza per sentirmi interiormente quasi felice.

Accettavo di aver vissuto i miei cinquantasette anni, girando il mondo in lungo ed in largo con esperienze di vita inimmaginabili con alti e bassi e con problemi di vario tipo però con una costante: SEMPRE IN BUONA FEDE.

Mai (purtroppo) interessato al denaro, ho sempre cercato nelle nuove iniziative esperienze nuove di vita, talvolta con superficialità talvolta riuscendo in cose veramente difficili. Il mio più grande orgoglio era ed è di essere riuscito ad avere una famiglia unita: moglie, 4 figli, 7 nipoti. Tutti attaccatissimi l’un l’altro senza ombra di invidie o personali interessi e senza l’interferenza di generi o nuore a guastare la granitica coesione.

Ora ero qui lontano in galera ma mai mi ero sentito così vicino alla mia famiglia. Il mio solo problema era che non potendo telefonare o parlare con qualcuno per avvisare del mio status, essendo abituati in Italia a ricevere mie comunicazioni due o tre volte al giorno, ora sicuramente erano preoccupatissimi. In più mia moglie diabetica poteva risentirne in modo particolare e deleterio.

Mi attaccai alle sbarre. Di fronte a me in una cella poco più grande vi erano tre ragazzi. Uno cacciava le formiche a micellate gli altri due conversavano con voce sommessa. All’improvviso un carceriere passando mi fece capire che non potevo stare attaccato alle sbarre ma che dovevo sedermi. Figuriamoci su quell’ammasso di sporcizia. Cominciai così a camminare  avanti ed indietro in quegli angusti quattro metri pensando. I carcerieri gridavano in continuazione minacciando il mondo. Chi disturbava veniva malmenato  e buttato nelle celle al piano superiore che erano 2metrix2 metri senza servizi igienici e totalmente al buio. Ogni tanto qualche malcapitato in quell’inferno gridava dalla disperazione e partiva così al piano superiore una missione punitiva che lo massacrava di botte lasciandolo legato mani e piedi e con un bavaglio.

Ma i miei pensieri erano al di sopra di tutto. Rivedevo la mia vita, i miei viaggi mensili a Cuba ed in Africa. Rivedevo Genova e la ritrovavo bella e persino tollerante nei confronti dei più scalmanati immigrati del nostro Paese.

Non toccai cibo. Solo bevuto molta acqua dal gusto schifoso tipico dell’acqua desalinizzata. Camminai per 40 ore. Le gambe non me le sentivo più. Andavo avanti per forza d’inerzia come un automa. Come siamo stupidi, pensavo, ci lamentiamo sempre ed abbiamo tutto, ora avevo anche i piedi bollenti. Per due giorni sono stato in cella da solo. Il terzo giorno un carceriere mosso a pietà mi ha spostato nella cella nr.3 insieme ad altri nove carcerati, uno per fortuna parlava un po’ l’Inglese: Michel. Era un libanese trapiantato in Kuwait. Cattolico. Mi sembrò uno della famiglia. Si prese cura di me. Le coperte in questa cella erano più pulite  e non vi erano tanti insetti e scarafaggi come nella mia; il bagno pulito; mi lavai: mi imprestarono un asciugamano: facevano a gara per favorirmi. Una solidarietà così non l’avevo mai riscontrata nella mia vita.

Ero con gente con grandi problemi di venti o quindici anni di carcere per droga ma tutti erano sereni. Mi addormentai come un angioletto affianco a Michel: sì era proprio una cella five stars.

Mercoledì vennero a prendermi: rividi il mio amico Ali che aveva avuto solo il torto di tenermi i passaporti per tre ore ed era stato anche lui gettato in carcere in un'altra cella. AMMANETTATI ci scortarono in Tribunale. La vettura era con doppi sedili ma ci fecero mettere nella parte portabagagli come animali. I miei calzoni grigi e la mia camicetta bianca puzzavano e macchiati da tutte le parti. Cacciati giù dall’auto ci trascinarono in Tribunale: Tutta la gente ci guardava ed io stavo convincendomi di essere un criminale. La mia dignità andata sotto zero. Chiedevo ai poliziotti di scorta e questi mi rispondevano SHERAP trattandomi come il peggiore dei criminali. Mi liberarono delle manette solo per parlare con il “Prosecutor”. Era di mercoledì mattina ore 12. Il Prosecutor era Egiziano e parlava solo l’arabo così pure il suo assistente. Fissò così una nuova udienza per il sabato successivo essendo il giovedì ed il venerdì festivi. Ritornai in galera. Stessa procedura dell’andata e mi ricacciarono nella cella nr. Uno. Per fortuna misero Alì insieme a me e dopo un paio d’ore entrò anche Giauad un Iraniano di trentasei anni.
Alì, venticinquenne era stato anche in Italia mio ospite e mi considera come suo padre in quanto orfano da tempo. Parla ottimo Inglese ed è nato in Kuwait pur essendo Pakistano. Egli pulì la cella e compose un giaciglio accettabile. Io ormai avevo preso l’abitudine di camminare avanti e indietro e facevo anche ginnastica. Avevo però tre grandi problemi. Il primo era che la mia famiglia non sapeva niente ed io nemmeno: il secondo era che non riuscivo ad andare di corpo ed il terzo che avevo sempre gli stessi vestiti che erano diventati degli stracci puzzolenti. Non si poteva cambiare abito, telefonare, parlare con l’Ambasciata, chiamare un Avvocato.NIENTE.                              Passai il giovedì e il venerdì contando le mezze ore. Non vedevo l’ora che arrivasse il sabato. Non sapevo quale era il mio crimine perché non avevo emesso alcun passaporto.          In questi due giorni mangiai qualcosina: hummus (pasticcio di ceci) con pane, pollo fritto, verdura, due uova bollite e tanta, tanta acqua.  Giauad era disperato. Era stato bloccato in mare da un guarda coste Kuwaitiano mentre era a bordo di una barchetta con motore 48 cavalli insieme ad un amico voleva illegalmente intriodurre in Kuwait 50 kg. Di droga. Quando vide di essere catturato gettò la droga in acqua. Preso a bordo del guarda coste e legato mani e piedi fu picchiato per tre ore di seguito anche con bastoni e calci. Nudo. Minacciavano di tagliargli il pene. Gli infilarono un bastone nel sedere e poi glielo misero in bocca. Due guardie lo sodomizzarono. Sbarcato e portato nella mia galera per due giorni fu cacciato nelle angustie carceri al piano di sopra e anche lì picchiato e sollevato nudo per le caviglie e bastonato per fargli confessare che aveva gettato la droga in mare.                                             Quando entrò nella mia cella aveva gli occhi sbarrati e tutto pesto. Non parlava: Giovedì cominciammo a familiarizzare ed il venerdì era un grande amico: Mi raccontò con l'aiuto di Alì di sua moglie e delle sue bambine: Jassine di 7 anni e Nasni di 3 anni e sapeva che le avrebbe riviste minimo fra quindici anni. Non sopportava l’idea. Diceva che la piccola Nasni come sentiva arrivare il babbo gli correva incontro e lo riempiva di baci e se lo coccolava. Lui sempre diceva : Nasni, Nasni piangendo.                                                                                                Sabato ci vennero a prendere alle nove del mattino. Ci portarono ai piani superiori negli uffici. C’erano tutti i capi del CID e con tutti gli addetti. Quattro fotografi e i passaporti disposti in ordine sparso su un bancone. Vollero che io ed Alì ci metessimo dietro il tavolo in ginocchio con i passaporti davanti a noi. Ci scattarono le foto ma li feci indispettire perché ostentai un grande sorriso. Sapevo di essere innocente. Tutti ci sbeffeggiarono come il falso Safir ed il criminale di turno e guardandomi i vestiti lo sembravo davvero ma continuai a sorridere ironicamente.  Poi ci caricarono sulla solita auto e ci portarono in Tribunale sempre ammanettati all’appuntamento con il Prosecutor. Stavolta c’era un interprete che l’Inglese lo sapeva meno di me. Fortunatamente ne trovarono un altro ma erano già le due del pomeriggio. Spiegai al Prosecutor che non avevo commesso alcun reato e che per di più ero un Diplomatico vero e rifacendo alla Convenzione di Vienna del !)&! Art.40 godevo dell’immunità diplomatica anche in caso avessi commesso un reato: al massimo si poteva applicare l’espulsione come persona non gradita. Capii allora che qualcuno aveva detto alla Polizia che io ero entrato in Kuwait con passaporto diplomatico falso e che i passaporti erano tutti duplicati e logicamente falsi. Usci un articolo sul giornale dicendo che un Italiano voleva spacciare passaporti falsi ai bedun (residenti nati sul posto senza documenti).                                                          Il Prosecutor mi fece tantissime domande e risposi a tono invocando i miei diritti duramente ed incredibilmente calpestati, di lasciarmi basta telefonare, chiamare un Avvocato cambiare i vestiti sporchi e prendere le mie medicine. Erano 5 giorni che non andavo di corpo. Alla fine prese tutta la documentazione per recarsi  dal Gran Capo per vedere se potevano rilasciarmi su cauzione. Tornò dopo un poco dicendo che il Gran Capo era già andato via. Dovevo ritornare domani. Stessa trafila, stesse manette, stesse umiliazioni in mezzo alla gente. Il Prosecutor però aveva ordinato di prendermi le mie medicine. Meno male.

Ritornati in cella ci ritrovammo in otto persone in quei quattro metri. La mia storia ormai era conosciuta da tutti; perciò quasi tutti credevano che se ero lì era perché era tutto falso ma la solidarietà non mancava. Mi ritrovai coricato affianco di Abu Hamed quarantacinquenne pluricondannato, drogato e spacciatore. Nemmeno con mia moglie ho mai dormito così vicino. Le nostre teste si toccavano ed i ns. abiti purtroppo, anche. Senza dentifricio avevamo tutti degli aliti pestilenziali. Ma dove erano i diritti umani? Con un sorriso pensai ai giottini ed ai poliziotti condannati. In Italia a questi gli avrebbero dato l’ergastolo.

Ormai avevo preso in mano la situazione. Per confortarmi pensavo al risarcimento che avrei chiesto all’Emiro per ogni giorno passato in galera. Ogni giorno aumentavo la richiesta. Milioni di dollari, no di kedi da destinare anche ai poveri, ai sofferenti.

Purtroppo e per fortuna non ci toccano nella nostra vita situazioni che vivono altre persone. La drammaticità, la disperazione, il nulla. Pensavo a Mandela, a l’Abate Faria perché purtroppo la mente associa fantasia e realtà. Ma sei più inerte non sai il tuo futuro. Pensavo agli Italiani prigionieri in Iraq lì vicino, pensavo al gesto dell’Italiano condannato a morte dai terroristi e giuro che anch’io ero pronto a morire col sorriso sulle labbra. Lo rigiuro. Alì mi è testimone.

ERO SERENO E FELICE IN QUELLA PUTRIDA CELLA. Intanto le medicine cominciavano a fare il loro effetto.

Tutti i miei compagni di sventura chiedevano di poter venire un giorno in Italia con me una volta che fossero finiti tutti i problemi. Ritrovarci tutti in un Paese civile dove anche il peggiore dei criminali può far valere i suoi diritti.

Qui in Kuwait se uno sta male in carcere o muore o guarisce da solo. Chiama e nessuno viene. Se urla lo sbattono di sopra e lo “curano” a suon di legnate. Ma l’Emiro sarà a conoscenza di tutto questo? Nel mondo è indicato come una persona molto umana che aiuta tutti i paesi sottosviluppati eccetto il mio.

Pensavo alla par condicio tanto ventilata dal ns. ex Presidente Scalfaro, alle discussioni per la presenza in rete a parità di condizioni. Come Ambasciatore ho tutti i diritti come l’Ambasciatore degli Stati Uniti con la differenza che se avessero incarcerato lui, sarebbe scoppiata un’altra guerra e televisioni e stampa di tutto il mondo si sarebbero interessati al caso. Io potevo morire tra gli scarafaggi e gli acari tra l’indifferenza totale.

Sabato notte non chiusi occhio. Avevo individuato il nemico che mi aveva creato tutti questi problemi incurante della mia sorte fisica e mentale.

Mettendomi otto persone nella cella non potevo più camminare. Ero spacciato. Coricato facevo dei piegamenti con le gambe. Un carceriere obiettò anche quello. BASTA non ne potevo più: Aspettai la domenica mattina con ansia come se avessi avuto mia moglie in sala parto.

Caricati sull’auto questa volta ci fecero accomodare sui sedili posteriori. Questa volta non si trovava il parcheggio per l’auto. Dopo un’ora e mezza circa parcheggiammo. Avevo paura che il ritardo compromettesse il colloquio.

Chiesi di levarmi le manette, non ero pericoloso. NIENTE. Con i vestiti sempre più lerci ripercorsi lo stesso itinerario ormai conosciuto a memoria. Entrati nell’ascensore, stranamente, pur pigiati , attorno a me vi era il vuoto e tutti mi davano le spalle. Ero uno sporco, nel senso letterale della parola, delinquente.

Emiro, pensavo, non hai soldi sufficienti per risarcirmi di tutte queste umiliazioni.

Mangiando poco e senza cintura perdevo i pantaloni e con le mani ammanettate dovevo tenermeli sul davanti.

Entrato dal Prosecutor mi battei come un leone per spiegargli che Ali era totalmente innocente e di liberarlo.. Lo liberarono finalmente. Tirai un sospiro di sollievo perchè lo avevo  messo in questa situazione.

Ora la sua famiglia era nel corridoio e vi era anche la sua unica figlia di 3 anni che sicuramente  aveva visto entrare il padre ammanettato. Chissà cosa avrà pensato in quella testolina, potevano però risparmiarle la scena.

Con grande emozione vidi nel corridoio il grande vecchio amico Faisal, aveva portato un avvocato per me.

 Non ero abbandonato allora, pensavo che tutti mi avessero voltato le spalle credendomi colpevole e invece no. Piansi da solo di commozione, che raggiunse il massimo quando l’avvocato mi passò furtivamente il suo telefono cellulare con già inserito il numero di mia moglie. Udendo la sua voce, l’emozione mi prese alla gola e non riuscivo a balbettare una parola. Piangemmo in silenzio. Ti amo, mi usci all’ultimo. Ed era vero. Mai l’avevo amata così tanto, mai l’avevo vagliata come in questa settimana di pensieri.

Avevo capito che era la persona più importante della mia vita. La più onesta, la più seria, la più buona, la più leale  e non la meritavo.

L’avevo sposata che aveva quattordici anni ed io venti appena compiuti. Sembrava una storia giovanile destinata a naufragare ma dopo 38 anni eravamo ancora insieme anzi più uniti che mai. Con la sua saggezza, purtroppo tante volte da me inascoltata, era riuscita a crescere una famiglia nel vero senso con concretezza. Poco incline alle smancerie, tutti i nipoti sono per lei  e così pure i figli.

Capivo che quei giorni di forzata meditazione mi avevano e stavano cambiando dentro. Mi Mi ritrovo un’altra persona con un solo obiettivo: dedicare a mia moglie ed alla mia famiglia tutto il tempo possibile e non come ora sempre fuori casa alla ricerca di sogni il più delle volte irrealizzabili ma che ti aiutano a vivere ed accettare i problemi con la speranza di risolverli al di fuori della routine quotidiana.

Mia moglie sogna poco ed è molto concreta. Adesso sognerò meno anch’io. Metterò in vendita le mie partecipazioni nelle società africane e di Cuba. Voglio scrivere per i miei figli ed i miei nipoti tutte le incredibili esperienze della mia vita travagliata.

Il Prosecutor mi guardava fisso negli occhi come se volesse cogliere qualche mia debolezza. Io di sicuro non abbassavo lo sguardo. In arabo gli dissi :”Ana shaip marid safir, leish in  kalabush?” Sono vecchio, malato Ambasciatore, perché in galera? La traduttrice filippina era emozionatissima guardandomi in quelle condizioni. Quasi piangeva. Anche stavolta confermai la mia totale innocenza, la veridicità dei miei documenti invocando l’applicazione della Convenzione di Vienna per i diplomatici in Stato estero.

Il Prosecutor si allontanò per contattare il Gran Capo: Dopo un po’ tornò scuotendo la testa: dovevano tradurre in arabo i documenti. Dovevo ritornare l’indomani.

L’Avvocato intanto era riuscito a farsi mandare dalla mia famiglia un bonifico di 3000 Kd (circa 7500 Euro) solo come inizio pratica. E l’unica cosa interessante che ha fatto è stata quella di organizzare una conferenza stampa circa il mio caso, il Governo del Kuwait, ha impedito di divulgare la notizia nei canali internazionali.

Prima di ritornare in carcere sono riuscito a telefonare a Paolo Lisa il mio migliore amico. Sapevo che  anche lui era in apprensione per me ed avrebbe fatto qualunque cosa  per aiutarmi e non lasciarmi marcire nelle carceri kuwaitiane. “Paolo, stai tranquillo, chiama il Generale e Serifo, spiegagli la situazione e digli di confermare al più presto la mia posizione diplomatica, la veridicità del lavoro e del programma SPME”. Mi confermò di avere già fatto tutto il possibile come era immaginabile anzi, stava organizzando una delegazione diplomatica della Guinea Bissau per venire in Kuwait e protestare ufficialmente per l’incivile trattamento riservato ad un suo diplomatico.

Mi feci scortare alla toilette del Tribunale. Per la prima volta, dopo sette giorni, mi vedevo allo specchio. Ho perso dieci anni di vita. Mi sono ritrovato il peso dei miei anni. “Coraggio Emiro, prepara il grano e tanto.”

L’indomani mi ritrascinarono in Tribunale. Ero in condizioni sempre più pietose. La traduttrice  piangeva. Anche questa volta il Prosecutor si allontanò per parlare al Gran Capo. Ritornò con il capo chino ed evitando il mio sguardo disse che il Capo non era d’accordo a rilasciarmi e di ritornare lunedì. Protestai vivamente, minacciai di suicidarmi sul posto: “ se è la mia morte che volete non c’è problema , vi accontento”Tirai fuori dalla tasca dei pantaloni una linguella di una lattina per le bibite e la calcai sul polso sinistro. L’assistente del Prosecutor intervenne come un falco e mi bloccò la mano. La traduttrice sembrava impazzita e cominciò ad urlare il Prosecutor  mi prese le braccia e  “no, no, no” . Non mi importava niente di nientema per la prima volta avevo scorto una reazione umana. Disse alla traduttrice di calmarmi  e di pazientare, che voleva aiutarmi e che credeva alla mia innocenza. Questo mi fece desistere. Avevo recitato, lo confesso, ma avevo scosso le acque.

Ritornai in carcere con le mie manette, dopo accurata perquisizione, ma tutti ora erano allarmati.

Ali era stato liberato ed ora mi ritrovavo  nella mia piccola cella  con otto persone e nessuna parlava inglese.

Lì ho cominciato a pensare alla morte come un senso liberatorio. Non ne potevo più.La strana felicità che provavo i primi giorni e che mi aveva aiutato a superare il trauma, era svanita. Erano riusciti a togliermi la gioia di vivere. Non poter passeggiare in cella,  non poter andare di corpo mi distruggevano ed ora anche senza Alì. Giauad  era la mia ancora. Se qualcuno parlava di me lo zittiva subito e mi difendeva a spada tratta. Ho trovato un grande amico. Non mi ha mai chiesto nulla. Era felice di aver potuto dare il numero di telefono di casa sua ad Alì prima che uscisse  per tenere così i contatti. Perché in questo carcere non si può scrivere, leggere, possedere una matita, sentire la radio, vedere la televisione, telefonare, parlare con qualcuno, discutere in cella, toccare le sbarre etc. Ero sicuro che il Gran Capo mai mi avrebbe rilasciato ma ero un disperato rassegnato e sereno. Forse una questione religiosa? Chissà. So che in Italia avrebbero mille riguardi per gli immigrati di qualsiasi nazionalità. Il garantismo italiano è spettacolare. Da noi gli extracomunitari la fanno da padroni. Impongono le loro tradizioni. In Kuwait la Chiesa Cattolica non può esporre la croce e suonare le campane.

Nel Ramadan anche i Cattolici non possono fumare per strada. E’ giusto . In casa loro sono loro che comandano ed impongono. Anche il sistema di lavoro è particolare.

Per lavorare in Kuwait uno straniero deve entrare nel Paese con un invito Kuaitiano e con uno sponsor che garantisce per lui. L’immigrato lavora per lo sponsor detto “ Kefì” a salari  prestabiliti e bassissimi. Se non si trova bene, non può cambiare lavoro; deve tornarsene a casa e tornare con un altro invito se lo sponsor precedente è d’accordo e non lo ha segnalato come indesiderato nella black list. In questo caso mai più può ritornare in Kuwait.. Per questo le paghe rimangono basse, perché anche i più bravi non possono cambiare datore di lavoro e senza la protezione di un sindacato  che non esiste. Qui anche i diritti umani non esistono.

Senza Alì in cella era davvero dura ma ero felice per lui e per la sua famiglia. Pensavo che mi avrebbe odiato per tutta la vita per quanto passato per causa mia, ed invece no; era al mio fianco pronto a tutto e preoccupato solo della mia situazione.

Abu Hamed corruppe una guardia e si fece portare un pacchetto di sigarette. Così tutti si ritrovarono a fumare eccetto io che non fumo.

Nella cella di fronte arrivarono tre ragazzini di quindici\sedici anni tutti e tre gay che proponevano prestazioni sessuali. Li esortai a cambiar musica con il risultato che  ogni dieci minuti mi chiamavano e mandavano un mucchio di baci.

La cella ora mi stava veramente stretta. C’era una puzza pestilenziale. Mi confortavo pensando che sarebbe stato molto peggio  se mi fossi trovato su un autobus africano di giorno.

Ogni volta che qualcuno andava  dietro la paratia a fare i propri bisogni, un fetore immondo si aggiungeva ai malodori esistenti. Da non respirare col naso.

Confortavo Giauad ma penso egoisticamente, per distrarmi perché anch’io necessitavo di conforto e molto. Con cadenze costanti ogni tanto i miei compagni si alzavano e pregavano. Davanti si metteva Abu Hamed e dietro tutti gli altri.

 Abu Hamed era molto rispettato. I suoi vent’anni da scontare per traffico di droga  non lo avevano minimamente scalfito nel morale ed era sempre allegro e sempre diceva  ALLAH KARIM. Mi chiamava HABIBI e si prodigava per farmi avere acqua fresca un poco di frutta e qualcosa di mangiabile. Sapeva benissimo che mai e poi mai avrei potuto ricambiare la sua cortesia perché quando lui uscirà io sarò già nella tomba, ma in carcere non si calcola niente, si vive alla giornata anzi, alla mezz’ora e si sogna tanto. Ti possono picchiare, portare via tutto, denigrarti, toglierti la dignità ma non possono impedirti di pensare e di sognare. Ecco è il sognare ad occhi aperti che ti salva, ti da la forza di andare avanti senza chiederti un perché, senza aspettarti nulla.

Che strana e bizzarra è la vita:  io che cambiavo hotel se vedevo in camera un ragnetto ora avevo familiarizzato con le varie specie d’insetti a cui si aggiunsero certi grillo scarafaggi (mai visti prima) che invece di camminare saltavano. Avevo le braccia piene di punzecchiature. Un compagno si svegliò con un occhio enorme. Nessuno si occupò di lui . 

Un carceriere venne a prelevare Nuasef ed al suo posto entrò un giovanotto kuwaitiano che parlava un po’ inglese. Aveva una borsa di plastica, era il kit del carcerato. Essa conteneva un asciugamano, un telo da stendere sulle lerce coperte, un tappetino per le preghiere, qualche indumento di ricambio. Egli era stato fortunato perché lo avevano avvisato che lo avrebbero arrestato, non all’improvviso come tutti noi. La mia camicetta di lino bianca era diventata COLOR MARRONE ED I PANTALONI GRIGI UN AMMASSO SPORCO DI TELA. Pensavo che li avrei tenuti così per ricordo, per rammentarmi sempre di quanto subito e per non lamentarmi mai più di niente.

Lunedì mattina, alle nove in punto, vennero a prelevarmi per la solita gita in città, con le manette. Era il mio incubo. Il tratto a piedi incatenato in mezzo a tutta la gente che mi squadrava come il peggiore dei criminali era per me la punizione e l’umiliazione più dura. Ma fissavo tutti negli occhi con aria di sfida e mostravo con noncuranza le manette. Questa volta ero determinato: o uscire o morire.

Incrociato qualcuno che mi conosceva ha distolto lo sguardo come se non mi avesse mai visto. Probabilmente nessuno  voleva più aver a che fare con me; ero proprio un delinquente.

Il vecchio Faisal invece era li che mi aspettava. Non poteva parlarmi, ma a segni mi fece capire di stare tranquillo. Il mio avvocato non si presentò. Incassati i soldi, pensai, il suo compito era terminato.

Il Prosecutor stavolta mi squadrò con benevolenza. I suoi occhi penetranti azzurri avevano un non so che di umano. Io ero fiero, nonostante tutto ero fiero. Bravo Marco. Forse l’insegnamento di mio padre che, plurinovantenne in punto di morte, lucido, mi sorrise e fece ciao con la mano.Che grand’uomo. Io non potevo essere da meno.

Il problema era sempre lo stesso: volevano accertare se il mio passaporto diplomatico era valido e genuino e non, come dicevano, stampato da me. Feci notare al Prosecutor le pagine dei visti d’entrata . C’era quello del Senegal e tre volte quello del Kuwait.

Perché prima di rilasciare un visto d’entrata non controllavano con la fotocopia del  passaporto a loro mani se tutto era in regola? Avevo con me anche tutti i documenti originali che attestavano la mia oosizione di Diplomatico e Leader del programma SPME con autorizzazione ad emettere e firmare 30.000 passaporti SPME solo per i bedun nati e residenti  nel medio oriente. La traduzione dal portoghese all’inglese era stata effettuata e convalidata dai tecnici del Tribunale di Genova. Era tutto in regola, ma le traduzioni in arabo non erano ancora ultimate. Dovevo ritornare il martedì.

Una telenovela infinita con protagonisti veri purtroppo. Ora anche gli innocentisti vedendomi sempre tornare in carcere si erano convinti della mia colpevolezza. Mi chiamavano safir con aria di scherno e per di più avevano tolto dalla mia cella  Giauad il mio unico amico.  Mi prese lo sconforto e iniziai a fare ginnastica da coricato.

I pensieri sfumavano, non avevo più la certezza di niente. Stavo forse impazzendo? Bevevo solo. La notte del lunedì non dormii. Le urla dal piano di sopra mi rammentavano che non vi è mai limite al peggio; praticamente ero fortunato a stare lì dove almeno nessuno mi picchiava. I carcerieri urlavano in continuazione ma chissà perché non riuscivo ad odiarli. Facevano solo il loro lavoro, magari con troppo zelo, ma erano solo dei cani sciolti che ubbidiscono solo ad ordini precisi: seminare il terrore.

In un Paese di cui avevo visto anche i risvolti più segreti, non si ci poteva fidare di nessuno. Tutto falso, ipocrita.

Mi ricordo quando il viaggio precedente nel mese di maggio Gassan mi portò in un night club Kuwaitiano logicamente abusivo. Arrivammo a Salmia verso le ventitre. Parcheggiammo l’auto mastodontica a due isolati di distanza poi ci incaminammo tra villette tutte similari. Entrammo in un cancello. Suonato alla porta, dopo alcuni minuti ci vennero ad aprire. Dopo il piccolo atrio vi era un’altra porta. Entrammo in un altro mondo. Luci psichedeliche, pareti insonorizzate, musiche moderne. Angolo bar con ogni tipo di liquore. Gin, Whisky, vodka etc. Il padrone di casa ci venne incontro e ci baciò.  Mi accolse con naturalezza e fu molto ospitale. Rimase sorpreso che io non bevessi alcolici e non fumassi. Verso mezzanotte  sulla porta d’entrata si accese una luce rossa. Era il campanello. Dopo poco entrarono una decina di donne vestite tutte di nero mostrando solo gli occhi. Andate in bagno, rientrarono con abiti succinti e sembravano tutte bellissime. Tutte arabe. Incominciarono a danzare. Ogni tanto la luce rossa si accendeva ed entrava gente. Verso l’una la festa era nel pieno..

Le donne danzavano e gli uomini (tutti arabi eccetto io) mettevano denaro nel loro seno generoso e trasbordante. Da buon italiano introdussi anch’io una banconota e questa danzò solo per me avvolgendomi nei veli cadenti dalle maniche. Le gambe ben tornite fuoriuscivano da spacchi inguinali. Era veramente provocante e sensuale. Gassan mi suggerì di fissarle un appuntamento ma non accettai. Troppo pericoloso per la mia immagine e avrei potuto compromettere tutto il lavoro.

Feci il conto che una ragazza mediamente incassava a ballo 30\40 kd. Una cifra enorme. Solo che sarebbe poi uscita con quello che le aveva messo più soldi. Le più belle erano le più “battagliate”. Era un altro Kuwait “under the table”. L’ospite, vero anfitrione, dava tutto gratis e mi spiegò che faceva queste feste 2 volte alla settimana per ritrovarsi con gli amici. Ormai ero inserito come uno di loro. Per me non avevano più segreti. Mi avrebbero permesso anche di fare l’amore con una Kuwaitiana, cosa proibitiva  per uno straniero, ma i miei pensieri erano rivolti ad altro. Alle quattro del mattino Gassan mi riportò in albergo e mi disse di non svelare a nessuno quanto avevo visto.  Purtroppo, ormai, colpito nel mio morale e dignità sto tradendo il segreto.

Tutto falso, io ero e sono ambasciatore vero ma per loro era falso anche quello e giù in galera.

Il tempo non passava mai ma per fortuna alle ore 8,30 del martedì vennero a prelevarmi: nove giorni che ero in cella innocente.

Avrei preferito fare un anno di carcere in Italia che un giorno qua dentro.

Mi fecero salire sull’auto senza manette: è un buon segno, pensai, poi me le misero. Il solito viaggio incubo. Ero un rottame. Nove giorni stesse mutande,stessa camicia, stessi pantaloni, stesse calze. Entrati in Tribunale mi fecero accomodare ammanettato in una stanzetta, poi un carceriere si allontanò e rimasi col più giovane.

Dopo un po’ di tempo il Prosecutor ci mandò a chiamare. Entrai nel suo ufficio con le manette e guardandolo gelido gli dissi SHUKRAN (grazie) Per tutta risposta ordinò di levarmi le manette ma le chiavi le aveva l’altro carceriere che si era allontanato. Mi mandarono fuori ad aspettare. Rintracciarono il collega finalmente e rientrai senza i ferri. L’interprete filippina minuta era seduta sulla poltrona laterale e mi guardava con occhi di compatimento. Le facevo proprio pena, meno al Prosecutor. Forse a suo modo stava vincendo la sua battaglia islamica contro il cane infedele. Mi disse che avevano mandato una richiesta urgente al Governo della Guinea Bissau per controllare la veridicità di quanto da me affermato e documentato. A risposta pervenuta affermativa avrebbero chiuso il caso. Sì, ma fra quanto tempo arriveranno le risposte? Fra un mese? Ed io che facevo nel frattempo, morivo in cella? Dissi all’interprete di tradurre che piuttosto di stare ancora in cella mi sari veramente tagliato le vene. “così sembri colpevole” disse “questo non lo tradurrò mai”. Forse aveva ragione. Potevano interpretarlo come segno di debolezza, ora che si intravedeva una soluzione di conferme. L’avvocato più caro (non in senso affettivo) del mondo nel frattempo si era volatilizzato.

Mi fecero aspettare fuori dicendomi che l’ultima parola spettava al Gran Capo. Il Prosecutor uscì con tutte le carte. Rientrò dopo un’ora circa e dal suo volto non traspariva nulla. Avrà accettato l’idea di scarcerarmi? Ero sicuro di no. Se volevano lo avrebbero fatto prima. Un’attesa terribile: una sentenza per continuare a vivere o la prospettiva di tirare le cuoia in una putrida cella; perché solo con il problema della mancata defecazione andavo incontro a seri rischi.

Il tempo non passava mai. Poi il Prosecutor chiamò un carceriere. Questi uscì poco dopo con  in mano alcuni documenti e capii che andò a fare delle fotocopie.

Mi invitarono a rientrare. Avevo il cuore in gola, le gambe mi tremavano e sparita la salivazione. Stavo vivendo un incubo. Dopo nove giorni la mia mente era offuscatissima; le idee si accavallavano, i pensieri pure, i sogni erano spariti: ora c’era una realtà da affrontare: Three hundred kedi mi segnò con tre dita della mano il Prosecutor. Era la cauzione. Ero tornato a vivere. La traduttrice piangeva sommessamente. Presi le mani del Prosecutor per baciargliele ma egli le ritrasse energicamente. SHUKRAN, SHUKRAN ripetevo inebetito, ma non può lasciare il Kuwait mi dissero, finchè non arrivano le conferme dalla Guinea Bissau sulla mia qualifica di Ambasciatore. Il mio avvocato non c’era. Ero solo. Il viaggio di ritorno lo feci da uomo libero. I carcerieri si fermarono ad acquistare anche per me un succo di frutta. Ero tornato un essere umano anche per loro. Ora volevo solo  fare una lunghissima doccia e cambiarmi gli abiti. Andare al bagno e riprendere il ritmo vitale e prima di tutto telefonare alla mia famiglia.

Non avevo un soldo. Mi riportarono alla sede centrale. Salito negli uffici mi presero le impronte digitali di tutte  e due le mani e mi fecero alcune foto per l’archivio.Salutati velocemente tutti quanti mi dissero di ritornare l ‘indomani alle ore nove per ritirare tutti i miei effetti personali. Prima di tornare a casa scesi nelle mie prigioni, ritirai la cintura, l’orologio ed il braccialetto e salutai i miei compagni di sventura. Ebbi il permesso di visitare Giauad che si mise a piangere come un bambino. Ora anche i più scettici sapevano che ero innocente, perché solo con un segnale di colpevolezza di li non si esce di sicuro. Tutti mi facevano il segno di vittoria. Anche Michel mi mandò baci. Eravamo tutti commossi. Ero il loro compagno più vecchio ed avevano avuto per loro l’onore di aver condiviso con me le loro disgrazie. Con un safir, incredibile. Ora li abbracciavo con gli occhi tutti quanti. Abu Hamed: allah KARIM, ALLAH KARIM, continuava a gridarmi mentre mi allontanavo. Non li avrei mai più rivisti pensavo e mentre diedi un ultimo sguardo alla mia dimora, mi salì un groppo in gola e tra le lacrime uscii all’aria aperta  col sole ancora caldo, una temperatura soffocante ma tanto ben accetta. Coraggio, vecchio,  ce l’hai fatta ancora una volta, ma questa è l’ultima  dicevo rivolgendomi a me stesso. Tiziana, pensavo, non faccio più un metro senza di te, ti seguirò anche dal parrucchiere.

L’idea mi fece ritornare il sorriso. Rivedere  ora i miei figli che avevano sofferto con me e più di me questa situazione. Daniela con il suo carattere forte ha smosso tutto il mondo. Alessio , il più magro ha perso 5 chili e voleva invadere il Kuwait. Paolo e Roberta cominciavano ad odiare tutti gli extracomunitari. Mia moglie distrutta.

Ora ero vivo e libero di comunicare. Volevo parlare con tutti i miei 7 nipoti. Il più grande Samuele che ha 16 anni ed è più alto di me che sono i,85 cm., poi Iaele 12 anni, Emanuele 8,  Beatrice 6, Giorgia 5, Leonardo 4 e Rebecca 3. Tutti stupendi, la mia vita, la mia famiglia. Cosa servono i palazzi, le ricchezze, il potere? Nulla. L’importante è l’amore vero che ti circonda e la salute e quella cominciava ad incrinarsi.

Venne a prendermi Alì e mi accompagnò a casa. Tutti mi salutarono con enfasi. Tutti sapevano la mia storia perché era uscita sui giornali. Ecco l’opera dell’avvocato, veramente geniale è stata quella di cercare lo scandalo. Aveva smentito l’articolo precedente dove era scritto che un italiano vendeva passaporti falsi in Kuwait. Per mangiare tutti mi fecero credito. Dovevo anche pagare l’affitto di casa. Mi fecero chiamare in Italia per avvisare i miei familiari della liberazione. Erano già stati avvisati dall’avvocato che non aveva perso l’occasione per farsi mandare altri 1000 kedi. Non c’era problema; l’importante era essere fuori.

Mai doccia fu così salutare. Con abiti freschissimi e pulitissimi ero un altro. Chiesi ad Alì di informare che ero stato liberato. Non accettai denaro, aveva già fatto così tanto per me. Aveva pagato anche con la galera..

 Al mattino mi svegliai alle cinque . La notte sognai di essere in cella . Le urla dei carcerieri continuavano a turbare i miei sogni.

Misi il vestito più bello. Volevo riprendere il mio posto di fronte a tutta quella gente beffeggiante del CID. Faisal venne a prendermi alle 7,30 e mi accompagnò Doveva firmare la garanzia come sponsor e versare la cauzione.. Quando entrammo negli uffici della polizia, con mia sorpresa, tirò fuori dalle tasche un foglio in arabo del Ministero degli Esteri che diceva che io ero ambasciatore della Liberia, autorizzato ad emettere passaporti e firmarli etc. Era datato 10 febbraio 2oo2 ed era tutt’ora valido. ORA CAPIVO TUTTO. Il palestinese che mi aveva denunciato tale Salam Abu Shabaan lavorava con me nel programma SPME della Liberia. Quando abbandonai l’incarico e rientrai in Italia il 17 febbraio 2002, egli aveva continuato, a mia insaputa, ad emettere passaporti liberiani falsificati falsificando anche la mia firma legalmente autorizzata forte di questa autorizzazione governativa. Ora se io avessi continuato con il programma SPME della Guinea Bissau avrei certamente detto a tutti che la Liberia aveva abrogato questo programma e pertanto non era più concesso da tempo emettere passaporti liberiani. Ma in Kuwait chi sarebbe andato a controllare?.

Abu Shaban, si è così creato una fortuna illegalmente falsificando tutto ed ora con me in circolazione vedeva terminata la sua miniera con il rischio di dover restituire tutti i soldi carpiti agli ignari bedun.

I poliziotti leggendo la lettera del ministero degli esteri, rimasero ammutoliti.  E sorse loro il primo dubbio. SE ero e sono Ambasciatore riconosciuto della Liberia, possibile che  ora facevo qualcosa di illegale contro la Guinea Bissau? Che motivo avrei avuto? Infatti seppur ambasciatore della Liberia, avevo accettato l’incarico anche dalla Guinea Bissau per continuare il programma SPME che vuol dire in pratica un grande aiuto finanziario per i poveri paesi africani. Con la Guinea Bissau avevo trovato anche l’autorizzazione a convertire gratuitamente i passaporti liberiani con quelli della Guinea Bissau.

Paolo Lisa non stava più nella pelle dalla gioia.  Gli chiesi solo di curarmi i rapporti con la Guinea Bissau perché le comunicazioni dal Kuwait sono veramente difficili. “Marco, non ci sono problemi, sto organizzando il viaggio di una delegazione del governo della Guinea Bissau per venire in Kuwait e protestare formalmente per l’increscioso trattamento che ti hanno riservato e nel contempo confermare il programma e la tua leadership”. Perfetto: Allora il Generale Manuel Mina e Serifo Balde membro del parlamento e sovrintendente al progetto SPME mi raggiungeranno in Kuwait il prossimo venerdì. Devo organizzare tutto, anche una conferenza stampa con televisioni: Voglio che tutto venga messo in risalto da poter così finalmente iniziare il programma SPME.

Tutti negli uffici del CID mi guardavano diversamente. Ero rientrato nel personaggio; persino il Direttore Abu Salem, mio acerrimo nemico, si alzò per salutarmi e mi baciò. Proprio così, come Giuda. Poi mi consegnarono le mie cose. Subito mi sono accorto che mancavano due orologi: un Rolex Daytona acciaio e uno di poco valore. Mi dissero che mi sbagliavo e che nella valigetta non c’erano. Non avevo voglia di altre discussioni e pertanto firmai la ricevuta liberatoria ed alzando il più possibile la mia persona, me ne andai con una fierezza insolita. Non mi sentivo più un criminale e avevo recuperato la mia dignità calpestata. Il mio incedere era era deciso e cadenzato. Mi sentivo un leone. Faisal arrancava dietro di me avvolto nella sua bianca disdascia curvo dei suoi settantenni e sentivo che anche lui era un po’ fiero di me. Anche lui non aveva dormito nei giorni della mia prigionia: Mi era davvero affezionato ma non avevo il coraggio di chiedergli dei soldi perché aveva già fatto abbastanza per me: Mi riaccompagnò a casa con la mia valigetta diplomatica: Il vestito un tempo un poco stretto adesso mi cadeva benissimo: Avrò perso 8 kg. Ecco come una clinica tutto gratis vitto alloggio inclusi, un bel sistema economico veramente per perdere peso, però purtroppo c’è il rischio di perdere anche la testa e non ritrovarsi più.

Il manager della mia abitazione, un nepalese veramente gentile, mi procurò quanto necessario per la sopravvivenza e mandò due inservienti a rigovernare la casa, chiamò la lavanderia e mi fece mandare dal ristorante cinese un pranzo completo. Il sogno continuava o era realtà? Quando stavo gustando l’ultimo spring roll suonò il campanello. Era il dottor Hassan. Anche lui non mi aveva abbandonato dopo la mia brutta avventura, e se è vero che gli amici si valutano nel momento del bisogno, il dottor Hassan devo inquadrarlo fra i miei pochi, migliori amici. Mi diede una busta colma di denaro. Mi disse di non preoccuparmi a restituirli perché lo faceva con il cuore pensando a tutto quanto avevo subito. Ma accettai il denaro a condizione di poterlo restituire e così lo contai: 1850 Kd. Una bella somma. Mi permetteva di pagare tutto quanto, avere una riserva di denaro e non incidere sulla mia famiglia già duramente provata dai salassi dell’avvocato. Proprio in quel frangente questi mi chiamò al telefono e mi fissò un appuntamento per la serata alle ore 20,30. Puntuale, mi feci

Accompagnare da Alì nel suo mega ufficio. Uno studio faraonico: ora capivo le sue richieste costanti di denaro. L’avvocato mi accolse compiaciuto. I suoi occhietti neri e furbi sfavillavano nel suo faccione grasso. In poche parole mi spiegò che lui era stato l’artefice della mia liberazione e che con gli articoli pubblicati sul mio caso aveva suscitato l’intervento del Primo Ministro Hamed Al Sabah che aveva disposto la mia scarcerazione. Dejà vu: Questo avvocato, furbo di tre cotte, ha aspettato l’evolversi degli eventi, si è succhiato il grano ed ora si prendeva il merito di tutto. Chapeau. Gli spiegai che il mio caso non era in fondo così difficile e complicato. Necessitava solo dimostrare che io ero  un vero ambasciatore e che il programma SPME era autentico, ma incredibilmente mi chiese altri soldi. Andava a Cipro per una vacanza di quattro giorni e ci saremmo rivisti il lunedì successivo. Dall’aeroporto, prima di prendere l’aereo mi telefonò chiedendomi conferma del bonifico a suo favore.

Mama Choudry ha sempre lavorato per Faisal ed è il suo General Manager: pakistano, è il padre di Babli il bravo giovanotto mio ospite in Italia. Mama Choudry è la saggezza personificata. Mai conosciuto una persona così. Sul suo lavoro è abilissimo e molto preciso ed ordinato. Anche lui ha passato la settimana della mia carcerazione pregando e piangendo. Lui ha preparato tutto un dossier sul lavoro da me svolto precedentemente come Ambasciatore della Liberia ed è proprio lui che due anni prima aveva contribuito a farmi uscire da una situazione similare.

Ero arrivato in Kuwait nell’Aprile del 2000. Compagno di viaggio il grasso, enorme Luigi Porcella. Un genio, del male, purtroppo. Mi creò un sacco di problemi soprattutto con il mio allora collega Ambasciatore Liberiano a Rijadh in Arabia Saudita. Djiba Cisse, un vero personaggio. L’avevo conosciuto in Costa D’Avorio. Era Ambasciatore del Governo transitorio della Liberia ad Abidjian. Io alloggiavo all’Hotel Ivoire il più bello della città. Nella suite  affianco alla mia vi alloggiava Charles Taylor, capo combattente delle forze rivoluzionarie. Djiba Cisse mi presentò a lui e iniziò così la mia carriera diplomatica: Febbraio 1997.

Charles Taylor aveva studiato negli Stati Uniti dove era stato incarcerato ed anche evaso. Rientrato in Liberia era diventato un alto funzionario economico. Il Presidente Doe però dubitava della sua lealtà ed un giorno diede l’ordine di arrestarlo. Djiba Cisse era un autista. Saputo da un amico la decisione di Doe, andò a cercare Taylor lo informo del fatto, lo nascose nel bagagliaio della sua vettura e lo portò in Costa D’Avorio sano e salvo. Qui Taylor insieme A Djiba, suo salvatore, ed il fratello Mussa Cisse, decise di organizzare una rivolta per destituire il potente Presidente liberiano. Contattarono dieci amici fedelissimi espatriati e  chiesero aiuto a Gheddafi

Per andare in Libia per l’addestramento militare e la ricerca di fondi. Tornati dopo un anno ognuno di essi reclutò venti persone fidate e misero insieme un piccolo esercito di 200 persone agguerritissime , preparate  con tutte le armi più moderne. Penetrarono in Liberia dalle parti di Danane. Anche il Presidente della Costa D’Avorio Hoffuè Boigny, vedeva di buon occhio la destituzione di Doe troppo prepotente e nello stesso tempo voleva tutelare le sue piantagioni di caucciù.

Taylor si rivelò un ottimo stratega. Due eserciti si annientarono vicendevolmente credendosi di combattere con il nemico.  Vinse alla grande, uccise l’odiato nemico Doe legandolo su una sedia e tagliuzzandolo. I ministri di Doe li portò invece in riva al mare. Li fece sedere su una fila allineata di sedie e davanti a tutti i loro parenti li fece fucilare. Preso il potere, indì pubbliche elezioni dove vinse con un suffragio del 70%. Divenne così Presidente della Liberia; divise il potere con i suoi dieci amici compagni di ventura. Mussa Cisse divenne il suo braccio destro seppur analfabeta. Djiba Cisse venne confermato Ambasciatore Plenipotenziario Straordinario ed io Ambasciatore At Large.

L’unione tra me e Djiba era granitica. Riuscì solo a scalfirla Porcella mostro del computer che era capace di falsificare qualsiasi lettera e ne falsificò una di Djiba, a mia insaputa, dando inizio così a tutti i problemi.Porcella ed io eravamo in Kuwait distribuendo passaporti per conto della Liberia ed in collaborazione con Djiba Cisse grande Ambasciatore. Porcella trovò uno sponsor molto valido tale Abu Sami Al Falajj. Per dare un tono ufficiale Porcella pensò bene di mandare un fax di congratulazioni ad Al Falaji per la nomina a ns. sponsor per i passaporti con la firma falsa di Djiba Cisse. Ricevuto il fax Al Falaji pensò bene di rispondere per ringraziare e da qui il finimondo.

Cisse pensò che noi stavamo tramando alle sue spalle e che stavamo emettendo più passaporti senza comunicargli la numerazione e senza inviargli il denaro spettategli. Io ero all’oscuro di tutto. Una mattina sul presto mi telefona Djiba e mi invita, come amico a lasciare il Kuwait ed andare in Baharein. Lui insisteva ed io non capendo  le motivazioni, rimasi. L’11 Agosto 2001 la solita CID venne nei ns. uffici e ci convocarono nella sede centrale per l’indomani.

Un incaricato dell’Ambasciata di Rjiadh era venuto in Kuwait ed aveva denunciato che due italiani, mafiosi stavano distribuendo passaporti falsi passaporti liberiani. Disse che anche il mio passaporto diplomatico era falso. Una catastrofe.

Non so ancora adesso a sapere come io abbia fatto ma il risultato fu che, dopo mesi di indagini, arrivarono tutte le conferme da Monrovia sia sulla veridicità del programma SPME e sia sull’autenticità del mio passaporto diplomatico. Djiba Cisse venne destituito e richiamato a Monrovia ed io ne uscivo con tutti gli onori ma con sette mesi di paura sulle spalle.

All’epoca ero in Kuwait con mia moglie e anche se non potevo rientrare in Italia ero confortato dalla sua presenza però ero realmente angosciato. Come potevo combattere con un fondatore del Governo ed amico intimo del Presidente?

Taylor mi conosceva bene e mi rispettava. Sapeva che non ero attaccato al denaro e che mai lo avrei imbrogliato sui conti. Infatti i conti quadrarono alla lira anzi al dollaro e non potendo mandar denaro mandai tanti containers di riso, medicinali ed anche autovetture. Djiba voleva trattenersi i soldi e mandare poco al Presidente. Per il denaro, specialmente in Africa, si è disposti a tutto.

Taylor mi rimproverava di non aiutarlo nella ricerca di armi, ma non volevo immischiarmi in problemi più grandi di me. C’è stato un periodo che ero il trait d’union tra alcune forze politiche africane. In casa mia a Genova più di una volta si ritrovarono il potentissimo generale della Costa D’Avorio Eveni Josef Tanny, il Cardinale Bernard Agree, Djiba Cisse ed il vice Presidente della Liberia e Presidente  del partito Democratico ed il nipote del Presidente del Senegal Wade Pape.

Ora la storia si ripeteva. In Guinea Bissau avevo conosciuto il Presidente Ayala ma dopo tre mesi fu destituito con un colpo di stato, finanziato da un mio caro grande amico.

Ora ero qui in Kuwait ancora una volta a lottare per controbattere false dichiarazioni; stavolta dovrebbe essere più facile con la delegazione in arrivo. Vedremo. Nel contempo ho ripreso a girovagare tra i bellissimi grandi magazzini del Kuwait. Colpisce la pulizia. Non un pezzetto di carta sul pavimento. Come mai non usano gli stessi criteri nelle carceri?. Però questi Kuwaitiani hanno saputo instaurare con i numerosissimi immigrati un rapporto di assoluto rispetto (unilaterale) ed obbedienza.

Per questo quando questi immigrati arrivano si ritrovano in un paese veramente organizzato dove il Kuwaitiano è il padrone assoluto in tutti i sensi.. Ribadisco che le ragazze filippine per esempio , se lavorano nelle case dei kuwaitiani devono sottostare ad ogni loro desiderio se no vengono picchiate e frustate mentre se uno non paga un assegno si fa due anni di carcere la prima volta e sette anni il recidivo.

Per niente qui si va in galera. Il difficile è uscirne.

Cecil è una ragazza filippina di ventisei anni. Lavora nel complesso dove abito e la mattina viene a rigovernare il mio appartamento. Decisamente è carina, parla un ottimo arabo ed un discreto inglese. Ha una figlia a Manila di 9 anni. Ha un grande rispetto per me, qui come tutti. Per loro sono una vittima eccellente. Tutti sono solidali con me. Cecil venerdì si è soffermata a parlare in quanto il venerdì non lavora ma per me ha fatto un’eccezione. Mi ha raccontato la sua storia. Arrivata in Kuwait sette anni fa è andata a lavorare in una famiglia. Il capo era una persona importante ma molto severa.. Dopo due giorni che era arrivata si presentò di notte in camera sua e la violentò. Lei non poteva rifiutarsi perché altrimenti l’avrebbe rinviata al suo paese e messa nella lista nera e non avrebbe mai più potuto rientrare in Kuwait e la sua famiglia aveva tanto bisogno di denaro per vivere e pure sua figlia di due anni. Così molte notti doveva subire in silenzio piangendo sommessamente ed esaudire le voglie più sfrenate del despota. Un incubo.  Dopo sei mesi fortunatamente la moglie chiese al marito di cambiare donna di servizio e rispedire Cecil a Manila: Il marito la rispedì ma non la mise nella black list, così Cecil potette ritornare in Kuwait ma questa volta a lavorare per un’agenzia. Ora erano 5 anni che lavorava qui e non aveva alcun tipo di pressione o problema: Si era fatta la sua storia con un filippino ed era felice anche se il suo salario è molto basso 40 Kd al mese, quasi quanto pago io al giorno solo per dormire.

Faisal mi ha mandato per un corriere la Convenzione di Vienna in Inglese. L’art. 40 parla chiaro: ho l’immunità. L’Emiro quindi è responsabile dei miei patimenti.

Giovedì e venerdì sono stato in casa. Non ho voglia di uscire, stranissimo. Sto sdraiato sul divano a televisione spenta e rivedo con straordinaria nitidezza la mia cella. Era la prima a sinistra nel corridoio. Le sbarre poggiavano su un muretto alto 40 cm. Qui i carcerieri depositano i cibi e l’acqua. Il muretto è stracolmo di formiche che invadono tutto ma non le coperte dove vi sono altri tipi di insetti. La cella è larga tre metri e lunga quattro. Sul lato in fondo a sinistra c’è un muretto di un metro che divide il gabinetto alla turca. All’interno, nei muri scrostati si annidano neri e grossi scarafaggi. Un rubinetto posto a 20 cm. Da terra per pulirsi e lavarsi. Carta nemmeno a parlarne. Per terra solo una coperta per ogni carcerato. Niente branda, niente materasso, niente cuscini, solo la fetida coperta sul cemento. La coperta penso non sia mai stata lavata da anni. Una puzza indicibile. Si annidano bestioline che pungono lasciando un bel segno. Ragni e ragnatele tappezzano il soffitto dove ci sono due neon ed una boccola dell’aria condizionata che tante volte di notte si blocca con un caldo infernale. All’interno della cella non si può parlare a voce alta; Giauad mi aveva sfidato a braccio di ferro e le guardie sono subito intervenute proibendocelo. In alto in ogni cella vi sono due telecamere che riprendono tutto, anche quando si va in bagno e 24 ore su 24. Non sei neppure libero in quei quattro metri. Mi sono preso un forte mal di gola con febbre alta, ma nessuno è intervenuto a darmi qualcosa. Se muori ti portano via, se sei vivo devi stare lì. Umanità zero. Poche volte nella mia vita ho visto tanta cattiveria e tanto disprezzo nei confronti del prossimo, però pregano, pregano sempre ed il Tribunale e le carceri sono sempre pieni di gente. Vuol dire che peccano, poi si pentono, poi ripeccano in continuazione. Non ti puoi fidare di nessuno e attenzione come  parli. Era il sistema usato anche da Saddam Hussein. C’erano spie dappertutto, e anche tuo figlio poteva essere una spia e se parlavi male di Saddam ti faceva uccidere, come ha fatto con due figlie e due generi.

Giauad, iraniano trentaseienne, carnagione scura, abbronzata da pescatore, capelli castani, crespi, gli occhi uno differente dall’altro, uno azzurro, l’altro blu. Naso sottile, statura media una corporatura massiccia e muscolosa. E’ arrivato con solo un paio di pantaloncini. E’ tutto segnato dai colpi ricevuti. Due giorni nella cella al piano di sopra lo avevano sconvolto. Aveva gli occhi sbarrati. Gli facevo coraggio inutilmente perché lui sapeva e sa benissimo quale è il suo destino: minimo dieci anni. Era convinto che una guardia potesse passargli un cellulare per sentire le voci delle sue figlie. Un puro sogno. Mi ha insegnato a contare in arabo fino 20 ed anche qualche parola essenziale.

Abu Hamed è l’Imam della cella. Magrissimo, scempiatissimo, carnagione bianca, statura 160\165 cm. Dimostra molto di più dei suoi 44 anni. Quattro li ha già trascorsi in galera. Ora è stato condannato ad altri quindici. E’ sposato con quattro figli: due femmine e due maschi come me. Sono vent’anni che si droga ed i suoi occhi neri sono stanchi con occhiaie molto marcate, ma è un leader. Parla sempre lui e gli altri lo ascoltano affascinati. Nell’ora della preghiera fa il capo fila e si genuflette e si rialza con una naturalezza ed una rapidità insolita. Io sono il vecchio. Due persone che  parlavano sicuramente male di me venivano da lui redarguite.

A Nawar la droga aveva fatto perdere quasi tutti i denti nonostante i suoi ventottenni. Sempre sorridente parlava a gesti con me e sospirando diceva: Italia, Italia, Milan.

Sono tutti tifosi di squadre di calcio italiane ed ho trovato anche un tifoso della Sampdoria, incredibile.

Alì piangeva sempre e pensare che ero io che gli avevo rovinato la vita. Non riuscivo a calmarlo. Mi diceva che  ora sicuramente anche in Pakistan avrebbero saputo della sua carcerazione e probabilmente sua sorella, in procinto di sposarsi fra tre mesi, sarebbe stata lasciata dal fidanzato per l’onta subita. Gli zii ed i parenti non lo guarderanno più in faccia e lo isoleranno. Ma lui è innocente, non ha fatto niente. Sono io che l’ho messo nei pasticci. Pensa che sicuramente lo cacceranno dal Kuwait e non sa come fare per mantenere la moglie, la figlia, la mamma, il fratello minore e la sorella. Mi sono preso l’impegno di farlo aiutare dalla mia famiglia, ma niente, sempre disperato. Pregava e piangeva. Non mangiava. Alì, 25 anni era dunque il capo famiglia. Suo padre è deceduto dieci anni fa e lui è cresciuto con la responsabilità del ruolo. Serissimo, ha un aspetto più maturo della sua età. Lui la moglie se l’ è scelta, anche se è sua cugina. Ha un negozio di abbigliamento pakistano e fa le fiere ed i mercati nel golfo. Sono quelli che gli permettono di andare avanti. In Kuwait i negozi stanno sparendo. Vi sono decine e decine di iper magazzini grandi, bellissimi, attrezzatissimi, dove si trova tutto compreso i divertimenti per i figli, ristoranti, cinema ed una giornata non basta per girare un centro commerciale con attenzione. Ogni cosa è sfarzosa. Il lusso traspare ovunque. Pensare che vi sono anche i ventilatori all’aperto, installati sugli alberi per far fresco ai passanti. Nelle celle invece non spendono un kedo. Per loro non esiste il recupero del criminale. Viene emarginato per sempre. E’ la vergogna della società e non merita niente, solo di morire fra i patimenti di ogni tipo. Vorrei tanto imparare a leggere l’arabo per leggere il Corano in versione originale. Non posso concepire che una religione spinga all’odio. Al suicidio, all’omicidio. Impossibile. Sicuramente sono interpretazioni di esaltati. Ma questo è il problema perché non sai chi sono gli esaltati perché qui tutti o quasi hanno un doppio stile di vita.  Irreprensibile come facciata e tutt’altro nell’intimità e con gli amici più fidati. Ma esistono amici fidati? Questo è un altro problema. Chi mi ha denunciato ingiustamente solo per colpirmi era uno che consideravo un amico fidato. Lavoravamo insieme, ha sempre avuto il mio rispetto e percepito sempre più del dovuto. Conosco tutta la famiglia compreso il padre e la madre che abitano in Palestina e la moglie Kuwaitiana: Ha una figlia di tre anni molto vivace amante delle patatine fritte. Quando sono tornato in Kuwait dopo due anni, si era offerto di collaborare con me, eppure non ha riflettuto neppure un minuto a farmi sbattere in galera come un cane. Potevo anche morirne. Meglio per lui. Ora i nodi verranno tutti al pettine. Dovrà rimborsare tutti i passaporti liberiani emessi con la mia firma falsa  a partire dal 18 febbraio2002 e sono tanti.

Non gli auguro però la prigione, anche se gli farebbe bene come cura dimagrante, vista la sua mole ma penso che sua figlia abbia bisogno di lui. Ecco il ns. problema; forse la nostra educazione, la nostra religione ci inducono a pensare sempre oltre ed agli altri. In particolare non riesco ad odiare. Non so perché è un sentimento che non ho mai provato. Al massimo provo l’indifferenza totale.

Come il concetto della felicità. Da quando sono nato e mi ricordo,  al mattino mi sono sempre svegliato felice ed in pace con il mondo. Sono poi i fattori esterni che cercano e possono modificare il tuo stato. La forza sta nell’impedire che ti avvolgano e si insidino nella tua mente.

Paolo Daniele Lisa l’ho conosciuto tre anni fa e da allora siamo diventati amici inseparabili. Lui mi ha trascinato a Cuba ed io l’ho coinvolto anche finanziariamente nel progetto SPME. Siamo stati insieme ultimamente quattro volte in Africa ed abbiamo elargito soldi a tutti.

Qui in cella mi è sorto un grandissimo dubbio. Siccome le relazioni con la Guinea Bissau sono quasi esclusivamente  tramite il generale Mina e Serifo Balde, potrebbe essere che questi avessero preparato i documenti per conto loro senza ufficializzarle nel Governo? In Africa tutto è possibile ma se fosse così io dal Kuwait non esco più. Come arriva una nota ufficiale che in Guinea Bissau non mi conoscono, mi vengono a prelevare in casa e mi ribattono in quelle putride celle ed io muoio. Poco male.

Paolo Lisa ha comperato i biglietti aerei e domenica sarà a Dakar in Senegal ad incontrare i ns. diplomatici e referenti del Governo della Guinea Bissau.

Ottenuti poi i visti verranno in Kuwait a liberarmi. Faranno vidimare dalle rispettive ambasciate un documento ufficiale governativo e tutto verrà chiarito. Si spera.

Intanto l’avvocato è sempre a Cipro non lesinando a spese. Qualcuno che ha pagato la sua ricca vacanza lo ha trovato.

I Kuwaitiani viaggiano parecchio. Un po’ per piacere e la maggior parte per vantarsene nelle divanie. Ogni casa che si rispetti ha la sua divania. E’ una sala grande, staccata dalla casa dove tutto intorno vi sono cuscini ed un grande tappeto centrale. La sera si riuniscono tra parenti ed amici e si raccontano. Fumano la scoscia, mangiano con la mano destra perché la sinistra è impura e solo per pulirsi e molto gentilmente con la mano che ripetutamente si portano alla bocca ti scelgono i pezzi migliori e te li passano da gustare.

In casa dello Sceicco Bader Faisal Al Sabah mi sono capottato, perché corpulento non riuscivo a stare seduto per terra con le gambe incrociate e perso l’equilibrio sono andato all’indietro tra l’ilarità generale. Con noncuranza mi sono rialzato e messo di traverso. Il Principe ha voluto però che mi sedessi ad un tavolino e lui è venuto a farmi compagnia.

Simpatico lo Sceicco, mi ha preso anche a benvolere. Lo conosco dal 2000 ed ogni volta che sono in Kuwait lo viene subito a sapere e mi manda a chiamare. Parla poco inglese ma c’è sempre come traduttore il suo braccio destro il giordano Soffian Al Otabi.

Per far divertire i numerosi nipoti lo Sceicco ha ingaggiato per tre mesi un circo americano con tanto di elefanti ed animali feroci. Il denaro per queste cose non conta. Se chiedessi un prestito puoi morire. Per i notabili, attraverso le Ambasciate, entrano  in Kuwait containers di whisky e liquori, però sull’aereo , finchè sorvola lo spazio aereo dello Stato non puoi bere alcolici.

Uno straniero non può frequentare donne arabe. Proibito avvicinarle. Per loro invece tutto è consentito. Si credono senz’altro superiori per via della ricchezza dell’oro nero.

Non sono mai stato razzista e sempre benpensante nei confronti degli  extracomunitari   che hanno invaso il nostro Paese L’unica cosa che mi chiedo è perché a casa nostra sono loro che dettano le condizioni e fanno quello che vogliono quasi indisturbati.

L’integrazione è giusta rispettando le regole e le usanze del paese ospitante. Mi vien da sorridere a pensare di imporre le nostre usanze nei paesi arabi.

Ho chiamato nuovamente al telefono Hamed Al Jassem. Oggi è ferragosto e qui lavorano tutti. Al Jassem non conosce l’art. 40 della Convenzione di Vienna del 1967 eppure  è il vice capo del Protocollo del Ministero degli Esteri. La Convenzione è stata controfirmata dallo stato del Kuwait. Ho i miei pieni diritti diplomatici: immunità, protezione, assistenza per tutta la durata della mia permanenza. L’assistenza me l’hanno data con i carcerieri ed il pensiero mi ritorna costante  su quei dodici metri quadri divisi in otto persone. Penso che nemmeno la cella in isolamento sia paragonabile a questo lugubrio. Qui non contano ricchezza o povertà, conta solo la sopravvivenza vivendo alla mezz’ora, illudendosi, sognando per non impazzire.

Vi sono senz’altro situazioni peggiori di quelle vissute da me; la differenza sta nel sistema, nella mia posizione diplomatica, nella mia età e nella mia salute.

Invece di stare  a casa ad accudire i nipoti sono sempre in giro per il mondo in cerca di nuove esperienze. Odio la routine, mi piace vivere situazioni nuove, per misurare lle mie capacità però solitamente senza mettere a repentaglio la mia incolumità.

Paolo è arrivato a Dakar oggi, ferragosto, mi ha telefonato. E’ in albergo con Serifo. Stanno preparando i documenti necessari per la mia liberazione, ma vi sono le prime brutte notizie: Serifo non vuole confermare il programma SPME. Paolo mi ha mandato un fax di otto pagine dove in pratica vi è scritta la mia condanna. Come potevo immaginare Serifo ed il Generale hanno fatto tutto da loro ed il Governo non è al corrente di nulla. Sono sfottuto. Come arriva una risposta negativa mi ribattono dentro. Ho spedito a Paolo 12 pagine di fax ed ho parlato con Serifo anche in nome della nostra vecchia amicizia. L’ho sentito distaccato, quasi estraneo a questa vicenda. Mi ha detto esplicitamente che non conferma nulla. A domande precise risponderanno adeguatamente. Il programma SPME lo conosciamo solo in quattro.

In mattinata ero stato all’Ambasciata d’Italia dove il Console Dottor Pittolo mi ha ricevuto prontamente.

Gli ho raccontato tutta la storia e consegnato copia di tutta la documentazione a mie mani. Si interesserà presso il Ministero degli Esteri Kuwaitiano e mi farà sapere. Ha accertato che sono entrato con il visto sul passaporto diplomatico, poi mi sono lasciato prendere dallo sconforto e sono crollato.

Sento il peso dei miei anni e pensare che solo qualche tempo fa mi sentivo un ragazzo pieno di vita, di energia ora è solo tutto un ricordo.

L’avvocato è sempre a Cipro. Doveva rientrare lunedì invece rientrerà mercoledì sera. Ha prolungato la vacanza con i miei soldi. Mi ha anche telefonato per dirmi di stare tranquillo.

Dal suo ufficio ho fatto preparare la lettera d’invito per Paolo, Serifo ed il Generale. L’ho spedita all’Ambasciata del Kuwait a Dakar ed a Paolo in albergo.

Serifo però mi ha riferito che per venire in Kuwait vuole l’invito personale dell’Emiro. E’ impazzito. Ho suggerito allora abbandonare l’idea della conferma del programma che mai avrebbero fatto e concentrarsi sull’unica cosa sensata e fattibile: una nota verbale di protesta dell’Ambasciata della Guinea Bissau a Dakar indirizzata al Ministero degli Esteri  e depositata all’Ambasciata del Kuwait sempre a Dakar. Ho spiegato che possiamo chiedere un risarcimento molto cospicuo. HO detto loro che non voglio niente per me e lascio tutto alla Guinea Bissau. Serifo vaglierà la situazione col Generale e mi sapranno dire.

Non riesco a capire  la loro titubanza : è un’occasione unica su un piatto d’argento.

Con questa istanza si conferma la mia posizione diplomatica e poi si chiedono ufficialmente i motivi della mia carcerazione

Alle ore 15,30 mi ha telefonato il Console Italiano. Vi sono brutte notizie. E’ stato al Ministero degli Esteri del Kuwait e gli hanno detto che vi sono dei problemi per il lavoro svolto precedentemente da me per conto della Liberia. Io ho a mie mani una lettera in arabo tradotta in inglese su carta intestata del Ministero degli Esteri del Kuwait dove si dice che sono autorizzato ad emettere passaporti liberiani con la mia firma. Data 9 febbraio 2002.

Il 17 febbraio dello stesso anno sono partito dal Kuwait. Non ho più emesso un passaporto.

Porcella, rimasto sul territorio insieme a Salam Abu Shabaan, certamente ha combinato parecchi casini ma io sono al di fuori ed all’oscuro. Con questa lettera si specifica che all’epoca ero Ambasciatore pertanto nelle mie piene facoltà e funzioni diplomatiche, dunque non sono responsabile per fatti inerenti alla Liberia.

Ora sono di nuovo qui e se questi non rispettano gli accordi diplomatici internazionali, sarò costretto a pagare cifre enormi per liberarmi. Sono costretto quindi a stare qui, non posso dissanguare ulteriormente la mia famiglia e compromettere la loro attività commerciale di ristorazione.

La trappola tesami da Salam ha funzionato perfettamente: ora sono davvero nei guai.

Non mi rimane che farmi coraggio, battermi come un leone e lottare sino allo stremo,perché intanto peggio di quello che ho passato non posso passare. Così pure le umiliazioni.

Sicuramente mi creeranno problemi anche i bedun che avevano ritirato il passaporto liberiano ed ora non lo possono più rinnovare. Mi chiederanno i rimborsi: Infatti le disgrazie si presentano normalmente a catena ed una tira l’altra.

Devo sentire domani l’avvocato. Non vedo l’ora di incontrarlo. La prima cosa che  voglio chiedergli è se in Kuwait si può ripetere un processo sullo stesso reato per il quale uno è stato già assolto. Sarà dura spiegarglielo con il mio inglese. Lui è convinto che viene la delegazione a scagionarmi. La delegazione non verrà, verrà solo Paolo Lisa. Poveraccio, gli hanno fatto tirar fuori ancora dei soldi per niente. Sono proprio vampiri, sanguisughe, azzarderei che sono proprio dei banditi altro che diplomatici.

Sono le tre del mattino di mercoledì 18 agosto e non riesco a dormire. Penso a tutta la mia famiglia e chissà se la rivedrò ancora. Il cuore mi fa alcuni scherzi.Mi aspetto un infarto da un momento all’altro ma non dico niente a nessuno dei miei familiari per non impensierirli ulteriormente.

Mi rivedo ancora trascinato in catene. Quella è la cosa più brutta. Perché in galera sei insieme agli altri, non vi sono visitatori che ti guardano incuriositi o con disprezzo. Fuori invece è diverso; tutti ti fissano specie le manette, poi parlano fra di loro e molti sicuramente gioiscono per vedere il cane infedele ammanettato. Fra non molto, sicuramente ,   si ripeteranno queste scene se Serifo o il Generale non hanno un lampo di umanità; non c’è altra soluzione. No, non è vero, c’è la soluzione Malan Djassi a Cuba. Malan rientra dalle ferie il 28 Agosto e Paolo Lisa sarà a Cuba il 30 Agosto. Paolo, deve una volta per tutte tirar fuori le palle, cercare d’imporsi.

Mi sento incastrato alla grande; sto perdendo la mia calma e sono agitato. Ogni squillo di campanello e di telefono mi fa sobbalzare; mi aspetto da un momento all’altro una squadra di poliziotti che vengono a prelevarmi per ribattermi dentro. Ho deciso di cambiar casa; stamane ho visto un appartamento vicino all’Ambasciata Italiana molto bello e chiedono 4oo kedi al mese. Riuscirà la mia famiglia a coprire queste spese? Qui in Kuwait non posso più contare su nessuno. Il vecchio Faisal, multimilionario,è più Genovese dei Genovesi e non caccia un kedo. Il Dottor Hassan è già stato salassato e non ho il coraggio di chiedergli nulla. Non ho attività da svolgere qui e guadagnare qualche soldo.

Stasera ho l’appuntamento con il fantomatico avvocato e non vedo l’ora di dirgli quello che penso ed in pratica o si attiva o restituisce il grano. Ci sarà anche Faisal, il mio sponsor. Faisal Al Khaled, famiglia potentissima e lui debole, debole.

Mohamed Choudry mi è molto affezionato, ha sofferto e soffre molto per la mia situazione ma non perde occasione per dirmi che lavora tanto per me, traducendo documenti, e che Faisal non lo paga regolarmente. Chiede aiuto finanziario. Gli posso dare poco perché anch’io sono nei problemi economici.

stamane verso le undici sono stato nel loro ufficio. C’erano tutti e due : Faisal e Choudry: Faisal mi diceva di stare tranquillo che l’uragano che si sembra scatenato si ridurrà in un piccolo vortice: appena viene la delegazione, mi dice, tutto sarà a posto. Non ho il coraggio di dirgli che la delegazione della Guinea Bissau non verrà mai. Mi viene da piangere: ci abbracciamo commossi io ed il vecchio Faisal: “ you my brother”, mi dice e qualche lacrima gli solca il viso. Anche lui  ora è solo. Sua moglie, gran bella signora molto giovanile è in vacanza a Beirut con parte dei figli. Altri due figli sono partiti per l’Europa ed andranno anche a visitare la mia famiglia. Babli, il figlio di Choudry è ancora nostro ospite in Italia, ora il suo visto è scaduto ma non vuole rientrare. Per venire in Italia, ho saputo, ha venduto l’auto e pertanto se non porta a casa qualcosa di concreto non può ripartire. E’ venuto in Italia per cercarsi un futuro perché in Kuwait c’è troppa concorrenza.

Le notizie che arrivano dall’Iraq non sono confortanti. Sicuro che se instaurano la pace e si stabilisce l’ordine, il Kuwait si svuota. Infatti la maggior parte degli ospiti degli alberghi sono qui per contribuire alla ricostruzione del grande ricco Paese.

Stamane mi manca la mia casa in Italia. Sono due anni che vi abito e non mi è mai piaciuta, però adesso stranamente mi manca; anche la Roody mio vecchio rottweiler mi manca. Fatemi tornare a casa, non ne posso più. Sono troppo solo per troppe ore. Scrivo questi appunti per sfogo e per ricordarmi per sempre di questi terribili momenti. Ogni giorno un acciacco nuovo: ora muovo con difficoltà la gamba destra e mi martella sovente la testa e mia moglie nell’ultima telefonata ha percepito dalla mia voce che qualcosa non andava e non ha creduto alle mie parole tranquillizzanti.

E’ vero, non sto niente bene. Tante volte, come ieri notte, avrei voluto morire. E’ assurdo lo so, ma questo alternarsi di stati d’animo non fa che peggiorare la situazione. Questo non è un Paese normale. Non si può contare sulla giustizia, sulle leggi internazionali, sui diritti umani. Qui devi accettare il loro predominio. Vogliono annientare la tua personalità, loro vogliono colpire e basta. Mi sono ripetuto e mi ripeto tantissime volte ma purtroppo è un pensiero costante che mi assilla: riuscirò a tornare a casa? Rivedrò i miei familiari? Sopravviverò a questa dura prova? Non sono in grado di prevedere il futuro però vi sono alcuni presentimenti che non lasciano sperare nulla di buono. Anche se le cose si dovessero mettere bene, questi stati d’animo che vivo ed ho vissuto, nessuno me li può togliere o alleviare.

Paolo Lisa non chiama. Sono sulle spine. Al suo posto sarei un leone per difendere il suo migliore amico. Li metterei davanti alle loro responsabilità ed arriverei al punto di denunciarli se non facessero quanto necessario e presto.

Fidandomi di loro sono andato avanti con il progetto. Per me i documenti rilasciatimi erano validissimi. Mai più vado a pensare che potrebbe essere tutto falso. Vallo a spiegare, spiega la mia buona fede. Nessuno ci crederebbe e tanto meno i giudici Kuwaitiani che sono prevenuti.

Non è da sottovalutare una possibilità di fuga dal paese. Devo tenere la mente fredda e ragionare. Se scappo mi dichiaro praticamente colpevole e nessuno mi rimborserà mai. Se resto probabilmente ritorno in galera. Che fare???

Gli unici attimi di conforto sono le telefonate con i miei figli e mia moglie, anche se il telefono è carissimo ed ho già speso un capitale.

Cecil è venuta a farmi visita: ha un grosso problema: deve riscattare il passaporto consegnato in garanzia per un prestito. Il suo sponsor vuole il passaporto per rinnovare i permessi se no non può lavorare. Sarà costretta a vendere il suo corpo. Io non posso fare nulla, non ho soldi; però sentire i problemi degli altri mi solleva un poco come quando ero in carcere: tutti avevano una situazione pesantissima anche se molto più giovani di me e sentendo i loro problemi il mio mi sembrava piccolo, piccolo e mi dicevo “ se resistono loro resisterò anch’io. Qui fuori è diverso. Hai le comodità, confort, puoi telefonare,guardare la televisione, prendere il sole in terrazza, uscire, passeggiare ma sei solo tremendamente solo ed il tempo non passa mai.

Ho l’appuntamento alle ore 20 con l’avvocato e ogni dieci minuti, dalle quindici, guardo l’orologio impaziente, non riesco neppure a guardare la televisione. Sono un’anima in pena. Adesso ho ricevuto un messaggio sul cellulare che c’è una richiesta di sangue gruppo zero all’ospedale centrale del Kuwait. E’ il mio gruppo sanguigno ma non me la sento di indebolirmi ulteriormente; lo so, faccio male, ma anche loro me ne hanno fatto tanto e non se ne sono curati della mia salute. Non è un ragionamento giusto, lo so e so anche che prima non mi sarei certo tirato in dietro, cerco interiormente una banale giustificazione ma mi rendo conto che sono cambiato dentro: ora sono anche pigro. Ecco, se vogliono il mio sangue vengano a prenderselo qui in casa. Glielo do. Come sono venuti a prendere i passaporti possono benissimo venirsi anche a prendere il mio sangue: l’importante che me ne lascino un po’.

In Kuwait vi sono tantissimi incidenti stradali perché qui non vi è educazione stradale. Guidano telefonando, si spostano a tutta velocità da una corsia all’altra senza segnalare, sorpassano da tutte le parti, ti tagliano la strada. Non usano le cinture anche se per l’autista sono obbligatorie: multa 5 kedi. Ma gli incidenti sono dovuti per la maggior parte ai telefonini. Ce l’hanno sempre attaccato all’orecchio e sono troppo distratti nella guida; forse erano più a loro agio con i cammelli.

Se invece del tempo perso in Kuwait in questi anni dedicati alla distribuzione di cittadinanze africane, mi fossi dedicato a vendere piastrelle o materiale edilizio, sarei multimilionario. In due anni tutto è cambiato. Hanno e stanno costruendo a più non posso. Le vecchie case  vengono abbattute ed in quattro e quattrotto ecco sorgere imponenti grattacieli. Qui gli architetti si sbizzarriscono. Vedi gli stili più strani e materiali all’avanguardia. Una cosa è certa: non badano a spese. Hanno tra l’altro costruito un centro per diabetici enorme. E’ bellissimo ed entrerà in funzione fra un paio di mesi.

In Kuwait vi è un alto tasso di calatidi diabete soprattutto il mellito alimentare. Qui amano mangiare particolarmente i dolci. Vi sono pasticcerie enormi con esposizioni golosissime. Sono sempre piene di clienti:  i dolci preferiti sono le torte al cioccolato e con tanta panna. Il re dei dolci è un libanese che ha cinque negozi sparsi nei punti strategici della città. Avendo io un socio libanese in Africa vedo queste persone con benevolenza e simpatia. Sono forti questi libanesi, sono dappertutto. Non viè uno stato che abbia visitato nel mondo dove non vi sono comunità libanesi. Il commercio è nelle loro mani. Qui molti sono anche taxisti. Sono facilitati con le lingue perché tutti ne parlano correttamente due: l’arabo e l’inglese o arabo e francese secondo le origini nel Paese.

Anche il mio ministro degli Esteri della Liberia, Monnie Captan, era libanese. Lui si era distinto per aver sottratto e trattenuto nelle sue tasche gli aiuti finanziari di Taiwan alla Liberia. Aveva pensato inoltre di vendere ai libanesi facoltosi ed amici, passaporti diplomatici liberiani. Adesso è bloccato in Ghana. Brutta storia anche la sua. Io gli avevo teso la mano, volevo aiutarlo anche per il fatto che suo padre Rauf è un mio grande amico. Lui aveva voluto fare di testa sua ed era in grossi problemi.

Rauf mi chiama sempre, con la scusa di essere il padre del Ministro spillava soldi a tutti i diplomatici. Parlava sempre di affari di milioni di dollari e non ne concludeva mai uno. Come quella volta che mi prospettò di acquistare diamanti grezzi a prezzi favolosi e grossi come noccioline. Credendogli, avevo coinvolto nell’operazione l’amico Claudio Lazzari. Abbiamo messo insieme più di 150.000 dollari americani in contanti e siamo andati in Africa. Che pazzia,che impresa: attraversato foreste in auto con tutti questi soldi e con tutti i rischi relativi. In Africa ti ammazzano per poco denaro, figuriamoci per quella fortuna. Dopo tante peripezie, arrivammo a Danane al confine con la Liberia ed aspettammo alcuni giorni, invano. Di diamanti nemmeno l’ombra. Per fortuna siamo riusciti a tornare a ripartire con i nostri soldi. All’aereoporto di Abidjan abbiamo incontrato la delegazione diplomatica della Sierra Leone che stava andando in Cina con borse di diamanti per acquistare armi. Noi avevamo girato tanto ed i diamanti erano lì a portata di mano. Purtroppo il nostro esperto che ci aveva accompagnato tutto il viaggio, tale Marquez, non era più con noi e non ce la siamo sentita di rischiare la valutazione. Abbiamo fissato un appuntamento di lì a un mese ma non siamo mai più andati. L’esperienza diamanti era stata sufficientemente appagante e decidemmo di abbandonare l’idea. Però è vero, l’Africa ti può prendere tutto ma ti può dare ricchezze immense. Come lo spagnolo che gli avevo dato una concessione forestale in Liberia a pagamento dilazionato discutendo animatamente . Come Ambasciatore ero molto ascoltato visti i miei rapporti amichevoli e di stima con il Presidente.

Dopo due anni ritrovai lo spagnolo all’aeroporto di Monrovia ed aveva un aereo personale. Ero contento di aver contribuito alla sua ricchezza. Anch’io ho avuto possibilità enormi tra le mani ma non sono  mai stato capace di sfruttarle un po’ per pigrizia un po’ perché distratto da altre operazioni meno redditizie sicuramente ma più affascinanti.

Ecco il problema. Non ho mai ricercato l’essenza, la concretezza, la solidità. Ho sempre anelato una vita avventurosa con il sogno di grandi realizzazioni per l’umanità per il paese ed inoltre per me. Cercavo le grandi cose tralasciando le piccole che erano alla mia portata e dipendevano solo da me. Altro che passaporti.

Come quando avevo cinque fabbriche di calzature sportive nel mondo e rifiutai l’esclusiva della Nike per l’Europa in quanto io fabbricavo per loro le scarpe da calcio professionali.

Solo avessi curato bene la fabbrica a Malta la Sanga con i suoi 250 dipendenti e con soci al 50% la famiglia Gasan, una famiglia ricchissima il cui capo solo cinque anni più giovane di me e grande amico. Quando ho aperto la fabbrica in Spagna lui mi aveva chiesto di essere mio socio anche lì ma stupidamente rifiutai. Volevo soci nuovi per nuovi contatti, nuove esperienze e mi ritrovai dopo due anni senza fabbrica, perché il mio uomo di “fiducia” certo Juan Serano, ex direttore di Banca, invaghitosi di una brasiliana, aveva perso la testa, venduto tutto compreso i macchinari e lasciata la moglie e due figli si è trasferito in Brasile con la mia benedizione, scosì per dire. Non ho mai sporto denuncia contro di lui.

Ecco un’altra costante del mio carattere: se devo dare qualcosa a qualcuno sicuramente mi fanno causa anche per pochissimo. Io non ho mai fatto causa a nessuno anche per somme molto consistenti. Ho sempre pensato che se ho perso denaro è stato per la mia leggerezza e non per la malafede degli altri. Infatti non vi sarebbero truffatori se la gente non si facesse truffare. Uno prima di lamentarsi deve ben vagliare l’operazione, poi se sbaglia o perde denaro deve solo piangere con se stesso. Facile attribuire sempre agli altri le proprie responsabilità. Come quel Pastorino che gli ho venduto un supermercato, dopo sei mesi che l’aveva acquistato, per una serie di suoi errori madornali era andato a bagno e lui ha pensato bene di denunciarmi. Per fortuna mi hanno subito assolto ma tant’è ogni operazione un problema. Incredibile. Come l’acquisto di una grossa draga per sabbia insieme a Lazzari e la vendita del 15% della stessa a un certo Vercesi che era affascinato di far lavorare questa draga in Africa ad Abidjian nella laguna, dove avevamo da tempo tutti i permessi. L’acquirente di questo 15% non solo non ha mai partecipato alle spese ingentissime di spedizione in Africa ed alla messa in opera in cantiere con l’acquisto di buldozer, Caterpillar, camions, ha pensato di sentirsi truffato ed ha voluto i soldi indietro (80 milioni di lire) che gli abbiamo prontamente restituito. Ma la denuncia è andata avanti d’ufficio e mi trovo inspiegabilmente a dover stare un anno bloccato a Genova con sentenza definitiva in attesa di essere applicata. Ho chiesto la revisione del processo ma se io sono bloccato in Kuwait non posso adempiere alle procedure anche se, dopo l’esperienza del Kuwait, nulla mi preoccupa a questo livello.

Oggi venerdì 20 agosto ho speso tantissimo in fax e carte telefoniche. Non riesco più a capire nulla; dopo cinque giorni che Paolo è a Dakar con Serifo, il Generale ed il Console della Guinea Bissau a Dakar, Albino non è riuscito ad avere almeno una conferma del mio fottuto passaporto diplomatico. La scusa più bella è che non lo vogliono confermare perché se no automaticamente confermano il Programma SPME. Praticamente vogliono origliarmi. Il Generale e Serifo mi hanno dato tutti i documenti e pertanto loro sono responsabili dell’autenticità.

Ci sono le testimonianze di Paolo Lisa, i soldi spediti come programma SPME e quanto altro. Mi vengono in mente le parole di mia moglie: “non ti fidare degli africani, hanno un complesso d’inferiorità e pensano sempre che li vuoi fregare e non capiscono niente”. Parole sagge come sempre. Sì lo ammetto, Tiziana, non ti ho quasi mai dato ascolto e per questo mi merito di essere qui a soffrire la vostra lontananza. Mi conforta solo vedere il mare dalla mia finestra: mi da un senso di libertà però questo mi porta a meditare seriamente a una probabile fuga. Altro che rimborso miliardario. Qui devo scappare finché sono in tempo prima che mi ricaccino in quei tuguri chiamate celle. So bene che vi sono situazioni decisamente peggiori della mia, ma non sentendomi colpevole, se non di leggerezza, non riesco ad accettarla.

Ora anche Mala che ha promesso di aiutarci ed interessarsi al mio caso sta temporeggiando e sta prendendo le distanze: non risponde più al telefono. Doveva solo appurare presso il Ministero se il mio passaporto è registrato o no. Sono due giorni che deve dare una risposta.

Malan Djassi è il responsabile dell’Ambasciata della Guinea Bissau a Cuba. Sempre da noi foraggiato ampiamente è amante dei sigari cubani, del Rum e delle donne. Cuba, dunque, è il suo posto preferito (lo sarebbe anche il mio pur non bevendo alcolici e non fumando). Corpulento, tracagnotto è sempre elegante. Preparatissimo in Diritto Internazionale era rimasto la mia ultima speranza. Ora non più. Anche lui si è accumunato a tutti gli altrinel gioco “non voglio scottarmi le dita” ed io brucio, sono per loro pericoloso. Si defilano tutti. Gli amici di un tempo mi hanno girato le spalle.

E’ rimasto solo Paolo Lisa, poveraccio, che con il suo carattere accomodante so che farebbe l’impossibile per aiutarmi ad uscire da questa situazione, ma non sa imporsi. Ci fosse mio figlio Alessio al suo posto avrebbe fatto decisamente meglio perché avrebbe messo tutti davanti alle loro responsabilità senza mezzi termini, ma non può allontanarsi in questo periodo dal ristorante perché è il mese che si lavora di più e gli addetti attualmente impiegati non sono sufficienti.

Mia moglie fa per tre. Nonostante il diabete, la sofferenza per il mio stato, tira avanti tutto con l’aiuto determinante di nostra figlia Daniela e nostro figlio Paolo. Il gran lavoratore è Alessio; ha le mani d’oro così come il cuore e sa fare di tutto. E’ il figlio che più mi assomiglia nel carattere. E anche se non lo facciamo trapelare, siamo attaccatissimi. Come con gli altri, d’altronde. Paolo ha detto che è disposto a vendere la casa basta tirarmi fuori. Così pure Alessio e Daniela. La moglie di Alessio, Laura, ha contribuito a pagare l’avvocato kuwaitiano. Insomma, tutti si sono prodigati al massimo per tirar fuori questo vecchio che certo non è loro d’aiuto. Vuol dire solo che io e mia moglie e soprattutto lei, abbiamo seminato bene. Abbiamo una famiglia veramente unita e siamo disposti a tutto per aiutarci l’un l’altro.

Poveri ragazzi, povera moglie, quante preoccupazioni ho loro procurato ed anche un salasso economico che sicuramente lascerà il suo segno considerando anche le spese ancora da sostenere. Per questo vorrei morire. Perché non servo più a niente servo solo a preoccuparli e fargli spendere molti soldi. Dio ci aiuti.

Ecco parlare di Dio in questo Paese musulmano di false tonache bianche che sono il contrario della nitidezza che esteriormente rappresentano. Tutto falso. Non hanno un cuore ma tanta cattiveria.

Cerco di distrarmi guardando la televisione. Rai due si riceve bene così come i canali Mediaste ma mi interessano un poco le Olimpiadi.

Anche mio figlio Paolo poteva essere destinato ad avere un’esperienza olimpica nella lotta libera.

A quattordici anni è stato fra i primi tre in Italia ed aveva notevoli potenzialità, poi un brutto incidente con la sua Honda 125 gli ha stroncato la carriera. Ha perso i muscoli di parte di un polpaccio e gli manca così la forza di spinta in una gamba, con tre dita del piede che non muove più.

Che giornata quella. La grande emozione provata mi aveva fatto scrivere di getto una poesia che mi sovviene alla memoria:

   “Nel buio del primo mattino

     anche nella quiete del giusto riposo

     l’ineluttabile destino

     può essere malvagio o fortunoso.

Un motore ruggisce potente

È una Honda nella strada deserta

Un fascio di luce abbagliante

Avverte l’auto di stare all’erta

     Ma questa del tutto incurante

     Gli taglia la strada, deve svoltare

      E’ un attimo: un dolore lancinante

      Poi un volo ed un gelido strisciare.

La moto riversa sul corpo straziato

Poi il penetrante stridore di una sirena

Una pozza di sangue, un piede squarciato

Ed un testimone che assiste alla scena.

       Uno squillo improvviso ci fa sobbalzare

        Il ratto pensiero è tutt’uno e disperato

        E mentre a stento si riesce a ragionare

        Non c’è la sicurezza che si sia salvato.

Percorrendo il tragitto all’ospedale

Sbagliando strada con il cuore in gola

Sento un incubo tetro, letale

Che mi opprime come una tagliola.

         In quegli interminabili minuti

         Vedo il suo sguardo e sento la sua voce

          E i pochi anni insieme a lui vissuti

          La certezza mi assale più atroce

No! Non può essere!. E’ vivo

Ripeto a me stesso correndo sul selciato.

Entro ansimando: dei sensi è privo

Ma è salvo,dovrà essere operato.

          Ora respiro e sento i quarant’anni

           Ma in quel luogo di gioia e dolore

          Vorrei carpirgli tutti i suoi malanni

           E riassaporo la vita e l’amore.

Ogni volta che ripenso a questi momenti mi emoziono. Anche in quell’occasione  mia moglie aveva avuto un gran presentimento tramite il suo rapporto spirituale con Padre Raschi ed era sicura che si sarebbe salvato pur essendo egli in coma.

Veramente la presenza spirituale di Padre Raschi, tramite mia moglie, è stata determinante nella nostra famiglia. Ma purtroppo troppe volte non  ho mantenuto le mie promesse  e nonostante questo abbiamo sempre e sentiamo la sua presenza che ci tutela. Speriamo che sia anche qui in Kuwait attraverso le sue immagini unite a quelle di Padre Pio speditemi da mia moglie per DHL. Sono certo che la grande serenità avuta nei momenti difficili è da attribuire a loro unitamente a mio padre.

Mio padre che uomo! Non ha mai ricevuto nella sua lunga vita (93 anni) una raccomandata, un sollecito, una multa. Il contrario di me. Possibile che con un padre così non abbia seguito i suoi insegnamenti. Si potesse tornare indietro. Ora bisogna concretamente pensare al presente e al futuro. Del passato voglio ricordare i miei momenti più belli. Primo fra tutti la nascita di mia figlia Daniela.

Avevo  vent’anni e mia moglie quattordici ed undici mesi. Non mi sembrava vero. Andavo ancora a scuola. Portai all’ospedale tutti i miei compagni per far vedere la mia bimba che era bellissima. La più bella del mondo. Per davvero però.

Tiziana era una mamma perfetta, dalle bambole, come diceva una zia, era passata ad una bimba vera e mi sovviene una poesia che composi vedendola allattare:

“Dolce nella prima mattina

la mamma generosa allatta.

Succhia golosa la piccina

Lei è stanca , in volto sciatta.

Fragile, la carnagione rosa

Nel sen di mamma quasi rapita

Con le manine e la testina in posa

Lentamente ne assorbe la vita”

Dopo 22 mesi nacque Roberta la mia seconda bambina. Bellissima anche lei e sempre sorridente. Ero l’uomo più felice del mondo, unico re con tre donne in casa. Poi arrivò Alessio ed in ultimo Paolo. Ora la famiglia era al completo.

Sono le 18,30 e incomincia il buio e con esso la mia tristezza si acuisce, la malinconia mi pervade e mi prende il magone. Non so che cosa fare, devo solo aspettare che altri sciagurati decidono il mio destino.

Vorrei l’abbraccio della mia famiglia ma non abbiamo i mezzi per farli venire qui vicini a me per poterli vedere ,magari per l’ultima volta. Non so infatti quanto può reggere ancora il mio cuore. Ho delle stranissime pulsazioni e la notte non riesco a dormire. Se tiro le cuoia, sarebbe veramente la liberazione per tutti. Ma mia moglie no. Lei m’ama veramente come l’amo io. Trentotto anni insieme. Per me lei è la mia vita, rappresenta tutto per me . Non posso concepire la mia vita senza di lei . Come penso pure lei. Siamo troppo abituati l’un l’altro, con i nostri dissidi, le nostre incomprensioni ma che terminano sul nascere e perché infondo ha sempre ragione: non rifletto abbastanza e credo troppo nel prossimo. Lei mi è sempre stata vicino ed in tutti i momenti difficili mi ha sempre compreso e aiutato moralmente e materialmente.

Mi ha chiamato Faisal in questo momento e mi ha chiesto quando arriva la delegazione. Non so come fare, non posso dire a Faisal che la Guinea Bissau mi ha abbandonato. Non posso. Loro erano certi dell’arrivo della delegazione salvatrice, determinata a chiedere spiegazioni e danni ed invece si ritrovano un imputato che non può scagionarsi. In qualche modo questa storia finirà, vedremo come. Voglio vederci fino in fondo. Se ho sbagliato, anche gli altri devono rispondere dei loro errori. Io ho pagato e pagherò; gli altri dovranno fare altrettanto. La mia famiglia è determinatissima, contrariamente a me, e non perdona niente quando si tratta di tutelare un componente della  stessa famiglia. Domani cambio casa e voglio anche passare dall’Ambasciata Italiana per qualche delucidazione. Voglio parlare chiaro con loro e sentire cosa possono fare. Ho fatto una relazione dettagliata di tutto quanto avvenuto. Dai primi contatti ad ora e qui la riporto fedelmente:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ho fatta tradurre anche in arabo da consegnare all’avvocato ed al Prosecutor.

Ho  incontrato l’avvocato e gli ho parlato chiarissimo: sono solo contro tutti. Mi ha detto che il mio reato è punibile fino a 5 anni di prigione. Sono veramente sfottuto. Non so più prendere una decisione. L’avvocato mi ha consigliato la fuga o passando dall’Arabia Saudita o via mare. Scartata l’idea dell’Iraq perché troppo pericolosa. Lì ti ammazzano veramente.

L’avvocato vuole ancora 500 kedi;  ho detto che li consegnerò oggi ma non è vero. Voglio controllare prima la situazione: sono freddissimo ma anche contento perché è venuto a trovarmi Gassan. Era preoccupato perché la CID lo ha chiamato e gli ha chiesto perché mi ha fatto entrare in Kuwait con i 150 passaporti. Lui ha negato, per fortuna, perché anch’io non ho mai fatto il suo nome:

Il traduttore ufficiale dall’inglese all’arabo mi ha detto di essere dell’ Interpol. Sapeva tutto su di me. Mi ha consigliato di stare tranquillo perché hanno richiesto ufficialmente al Governo della Guinea Bissau tutte le notizie circa il programma SPME e chiesto la validità del mio passaporto diplomatico. La Guinea Bissau mi incastrerà sicuramente ma lui non se lo può immaginare. Invece mi ha detto  che Salam Abu Shabaan è ricercato per passaporti falsi della Nuova Zelanda e dell’Iraq. Sarà vero? Mi ha detto di non parlarne con  nessuno perché lo stanno cercando ed a casa non l’hanno trovato.

Mama Choudry mi ha  perfezionato la relazione in inglese. Speriamo che serva a chiarire in parte la mia posizione e la mia totale buona fede, ma purtroppo qui, come dicevo tutto è possibile. Sono stato ieri a vedere  di affittare uno yacht per due giorni il costo è accessibile ma purtroppo non vanno in Baharein vanno solo nelle isole  Kuwaitiane che sono tra l’altro molto caratteristiche.

Ho deciso: da adesso mi dedico solo a pensare alla mia fuga. Bisogna stare molto attenti perché anche i muri hanno le orecchie e tutti ti possono vendere per ingraziarsi la potente polizia CID che sicuramente mi tiene controllato. Ho visto infatti che quando  prendo il taxi al mattino vi è sempre una macchina a distanza che mi segue. Ma se fuggo lo faccio senza bagaglio e senza insospettire nessuno. Ho chiamato Ali e anche se di lui mi potri fidare, non gli ho parlato di intenzioni di fuga ma solo se possiamo organizzare una battuta di pesca con qualche barca di un suo amico. Si informa e non sospetta nulla. Sa infatti che cerco di svagarmi. Ho deciso anche di non chiamare più Dakar: avanzo di spendere soldi per nulla. “For ever to gether” era il nostro patto di sangue con Paolo Lisa: Ora invece sono solo e so che lui sta soffrendo perché non riesce a concludere niente per aiutarmi in questa vicenda. Non ha il coraggio di dire loro apertamente che hanno preso un sacco di soldi per consegnare dei documentei e fare un programma insieme per aiutare la Guinea Bissau ed invece non reagiscono. Dicono che i documenti sono validi e originali ma che loro non  li vogliono confermare perché se sono finito in galera con tutti gli amici potenti che hi in Kuwait, vuol dire che ho combinato qualcosa di grosso. Magari ho emesso un  mucchio di passaporti a loro insaputa e senza versare loro il corrispettivo in denaro. Sono loro che hanno convinto Paolo Lisa che sicuramente sono colpevole ed avranno fatto la stessa cosa con Malan che  non si fa più sentire ed è introvabile. Mi credono solo Dio e la mia famiglia. La mia situazione peggiora sempre di più. Non riesco a sapere se il mio passaporto è stato registrato nella lista diplomatica.

Intanto ho saputo che in Italia, nel ristorante di famiglia, mia figlia Daniela ha litigato con due africani: un senegalese ed un marocchino. Sicuramente si saranno comportati maleducatamente e mia figlia è diventata ancora di più intollerante.

Vi amo tutti , ragazzi miei. Alessio è sempre più preoccupato e passa il tempo al telefono con Africa, Cuba, per cercare di sistemare qualcosa ed intanto sta dimagrendo a vista d’occhio, proprio lui che è l’unico magro della famiglia. Si sente un leone in gabbia. Anche lui non sa cosa fare. Vorrebbe partire, andare a Dakar, andare a Roma alla Farnesina a chiedere aiuto. Gli ho detto di stare tranquillo ed aspettare. DEVO RISOLVERLA IO. Loro devono stare tranquilli e spendere solo i soldi del telefono per chiamarmi e sentire le notizie direttamente da me. Paolo mi ha proposto di mandarmi 2000 euro. Sua moglie ha avuto dalle tasse un rimborso di 1500 euro e lui subito me li ha messi a disposizione con aggiunta. Non c’è bisogno per ora, ma li ringrazio ugualmente il loro amore per me è già molto confortante e gratificante. Sono tranquillo per Mario, mio genero, che aveva fatto fare tutte le analisi perché aveva qualche problema alla vescica. Tutto nella norma, per fortuna.  Non ha più perdita di sangue ma sente sempre un dolore costante. La voce di mia moglie è per me come un’iniezione di adrenalina. Mi fa sentire bene e mi infonde energia e coraggio. Crollo se la sento sofferente dal tono di voce. E’ l’amore della mia vita. L’unico.  Ho amato sempre e solo lei. Questa è una grande verità. Ultimamente le ho dedicato poco tempo. Troppo impegnato a cercare un futuro solido per tutti noi ho tralasciato di starle vicino. Ho perso tempo e denaro. Era meglio se rimanevo con lei e seguivo i suoi consigli.

La televisione sta comunicando che qui vicino hanno rapito un reporter italiano e due giornalisti francesi. E’ troppo pericoloso l’Iraq. Io non sarei mai andato. Queste sono scelte di vita, ma devono calcolare anche i rischi. Io pensavo di venire qui come trionfatore e non uscire come un delinquente. Non era previsto, era imprevedibile ed è per questo che non l’accetto. Quando si fa una scelta rischiosa si pensa a tutto quanto ti possa capitare, poi valuti e decidi; per me hanno deciso gli altri di rovinarmi la vita. Ora so che mal che vada sto qui 48 mesi, perché 5 anni a 9 mesi l’uno più tre mesi per instaurare il processo.

Quarantotto mesi: le mie nipoti saranno completamente cambiate. Non mi riconosceranno più. Il problema è che non so se riuscirò a sopravvivere a tutto questo. Quasi, quasi prendo in considerazione  di fuggire in Iraq che è la più facile anche se la più rischiosa.

I soldi cominciano a scarseggiare. Se Paolo Lisa li avesse dati a me invece di spenderli per quegli stupidi esseri, sarebbe stato molto meglio.

Stamane non ho voglia di fare ginnastica e di prendere il sole. Mi sono spuntate sulla pelle delle strane chiazze bianche e mi formicolano sempre le dita del piede destro. Un orecchio mi duole all’interno. Sono convinto che l’unica cura possibile è il ritorno a casa. Non serve a niente avere ricchezze in una vita arida senza amori ed affetti. Sicuramente il sognare aiuta a migliorare la vita ma sognare da libero è tutta un’altra cosa. Sono libero su cauzione e non so fino a quando.

Volevo incontrare il cuoco Hassan, un marocchino che parla molto bene l’italiano ma è in vacanza fino al 5 settembre.

Il Prosecutor è andato in vacanza per due settimane: Al Jassem del Protocollo ò in vacanza anche lui; ora ho le idee confuse ma solo una certezza: voglio fuggire ad ogni costo anche rischiando grosso. Infatti anche Faisal comincia ad essere convinto che io abbia qualche responsabilità: non è più come prima e se perdo la sua amicizia sono sempre più nei problemi.

Devo fare presto e tutto da solo senza insospettire nessuno.

Ad ogni tassista ho cominciato a chiedere se conoscono qualcuno che  faccia il pescatore poiché mi piacerebbe molto andare a pescare con la barca.

Adesso, in teoria, non è stata provata ancora la mia colpevolezza ma se tento di fuggire e mi prendono divento un criminale a tutti gli effetti ed è anche una prova di colpevolezza. Però se rimango c’ò il pericolo che  se arriva una lettera ufficiale dalla Guinea Bissau che mi disconosce io filo diritto in galera. Ma le indagini le dirige il Prosecutor che adesso è in ferie. Ho quindici giorni di tempo per studiare e mettere in atto il mio piano di fuga.

All’Ambasciata Italiana non hanno molto le idee chiare sulla mia posizione e su di me. Continuano a dirmi che il Governo del Kuwait è incavolato per i passaporti liberiani rubati e messi in circolazione. Ma io non c’entro. Quando è stato revocato l’Ambasciatore liberiano a Rjiadh Djiba Cisse, non ho voluto rischiare perché prima lavoravo sotto la sua autorità. Richiamato lui rimanevo il solo responsabile e Luigi Porcella e Salam hanno continuato usando la mia falsa firma a totale mia insaputa.

Sono andato in un’agenzia apposita per affittare una barca: costo 350 kedi per 24 ore. Anche loro però non vanno in Baharein.  Mi hanno confermato che una buona barca può impiegare  massimo 12 ore .

Sono totalmente senza documenti perché me li hanno ritirati al momento dell’arresto e non me li hanno più ridati. Ho telefonato a mia moglie di spedirmi per Dhl il passaporto diplomatico della Liberia che è valido fino al 18 febbraio 2005. Impiegherà 4giorni per arrivare se tutto va bene e non lo bloccano. L’ho fatto spedire all’indirizzo dell’avvocato. Sono andato a trovarlo. Mi ha ricevuto dopo due ore di attesa. Come gli ho detto che dovrò combattere da solo perché il mio Stato non intende aiutarmi mi ha prospettato una fine ingiuriosa. Non ha perso l’occasione per cercarmi altri soldi e mentre mi parlava ha fatto roteare stranamente gli occhi. Dev’ essere un tic oppure è pazzo.  Ho capito che devo cambiarlo perché  è veramente inetto e solo avido di denaro. Gli ho portato una cartella di documenti con tutta una memoria difensiva scritta in inglese e tradotta in arabo: manco l’ha guardata. Per la mia difesa non servono, dice lui, tutti i documenti vecchi ed originali a mie mani ed ora a mani del Prosecutor, ci vogliono documenti nuovi, freschi, che confermino il mio status di diplomatico e convalidino il programma SPME. Bella forza. Con quei documenti non avrei certo bisogno dell’avvocato: sari già libero con le scuse di tutti.

Alla fine del colloquio mi ha detto che quando arriva il passaporto diplomatico della Liberia studierà una soluzione. Non ci credo ma vedremo.

Ho cambiato casa. Ho abbandonato  la residenza nella BB Regency Tower e mi sono trasferito nella nuova. E’ davvero bella, però non funzionava l’aria condizionata e non si vedevano canali italiani alla televisione. Alle nove di sera tutto era a posto.

Mi ha chiamato Gassan ed è venuto a trovarmi. Gli ho dato l’indirizzo Street 12 block 7  building 11 Jabria vicino all’ospedale Mubarak Al Kabir in faccia a due ristoranti cinesi Chicken naif. Mi ha trovato subito. Sento veramente che à un caro amico. La CID lo ha terrorizzato: gli ha detto di non frequentarmi ma lui dopo un po’ di tempo è venuto lo stesso. Mi conforta molto la sua amicizia.

Il mio passaporto è arrivato con un giorno d’anticipo. L’avvocato nel consegnarmelo mi ha riferito la sua idea: farmi scappare attraverso l’Arabia Saudita in auto. Ha un amico alla frontiera e pensa che con 2000 kedi può arrangiare tutto. Bisogna farsi mettere il visto all’Ambasciata dell’Arabia Saudita.

Può essere una soluzione ma vi sono due problemi: il primo è il denaro che non riesco a mettere insieme in poco tempo ed il secondo che non mi fido dell’avvocato. Egli potrebbe tenersi i soldi e farmi  andare a mio rischio e pericolo. No, meglio fare tutto da solo ed all’insaputa di tutti.                                   

Sono andato al porto turistico a dare un’occhiata alle imbarcazioni. Gassan due anni prima mi aveva presentato  il rappresentante  della Panasonic per i paesi arabi. Un multi milionario che aveva uno yacht bellissimo e me lo ricordavo bene perché avevo partecipato anch’io ad una mini crocera. Ora la sua imbarcazione era ancora là. L’ho subito riconosciuta perché è la più grande di tutte.  Chiesi in giro dove avrei potuto trovare il  proprietario e purtroppo , mi hanno riferito, è morto sei mesi fa. Ho chiesto del suo comandante  che ricordo era un cingalese  ed ho saputo che solitamente verso le diciotto saliva a bordo per controlli. Sarei ripassato.

Il capitano era un uomo tarchiato, ancora giovanile ed una carnagione molto scura. Si ricordava di me, perché ero stato presentato a tutti come l’Ambasciatore e non è che tutti i giorni ne sale uno a bordo.  Ero dispiaciuto per la dipartita del suo armatore e gli ho chiesto qualche informazione nautica , perché avrei desiderato, vista la mia passione per il mare, andare a fare una capatina in Baharein.  Mi ha confermato che  con la sua barca si ci arrivava in una decina di ore e se gradivo, poteva dirlo al figlio, erede del defunto che sicuramente, vista l’amicizia con suo padre, mi ci avrebbe accompagnato volentieri, magari il prossimo week end. Gli diedi il numero del mio cellulare e gli dissi di chiamarmi in ogni caso.

Sono andato all’Ambasciata del Baharein per farmi mettere il visto. Non è possibile se non si ha la residenza del Kuwait sul passaporto e senza il visto del Baharein non è possibile ottenere quello dell’Arabia Saudita come transito anche per via mare.

Rimane sempre anche la possibilità di scappare attraverso l’Iraq. Lì è facile andare anche senza documenti, percè il confine e tutto lungo il deserto e anche senza strade si può andare con un comune fuoristrada che si affitta tranquillamente. Ma è troppo rischioso. Come metto piede sul territorio mi scambiano per americano (capelli grigio\biondi, carnagione chiara, occhi azzurri) e mi sequestrano e mi fucilano.

Paolo Lisa mi ha telefonato agitatissimo: “Marco, questi non vogliono muovere un dito per aiutarti ed ho parlato con Malan  ed anche lui mi ha detto che ha le mani legate. Non so cosa fare” . Quasi piangeva, ma io avevo già assorbito questa notizia da alcuni giorni: sentivo che dovevo arrangiarmi da solo e che potevo contare solo sull’aiuto morale della mia  famiglia. “ Ma sono innocente “ Per Dio. Devo aver fede, lottare fino all’ultimo ed affrontare tutti i rischi, intanto, praticamente, non so quanto possa ancora campare con i disturbi che sento nel mio cuore. Adesso sono innocente ma se scappo è come ammettere la mia colpevolezza. 

Ho abbandonato quindi l’idea della fuga: non ho commesso nulla di grave, perché devo fuggire? Lo so, non credo nelle istituzioni del Paese dove tutto è possibile, ma sicuramente è meglio non aggravare ulteriormente la situazione.

Ho deciso:  voglio approfittare del  fatto di dover stare qui per organizzarmi a vendere prodotti edili italiani. Voglio cominciare con il granito che è un prodotto naturale e sicuramente il prezzo che posso ottenere io  è migliore di quanto pagano loro.

Ho fatto l’accordo con Alì. Io pago le spese di carburante e utilizzo la sua società Kariid  Al Faleji ed il profitto metà per uno. Sono determinato come quando ero un ragazzo agli inizi della mia carriera di venditore. Ero il più bravo. Voglio mostrare a me stesso che non sono da meno. Se visitiamo minimo dodici imprese possiamo trovare minimo tre Clienti. Il granito qui lo vendono a 18 kedi il metro quadrato. Possiamo avere un buon margine di guadagno. Compro qui qualche metro di campione e comincio a vendere. Il prodotto è sempre uguale purcè di provenienza italiana. Per le piastrelle è totalmente differente, perché cambia la qualità secondo il fornitore. Sono andato al supermercato qui vicino che è molto bello. Ho comprato gli ometti per riporre i miei vestiti nell’armadio. Ora sono più tranquillo: mal che vada faccio il latitante. Il mio indirizzo di casa lo conoscono solo Ali e Gassan che sono i miei migliori amici. Non prevedo quindi incursioni notturne della polizia. Qui è difficile trovarmi per via anche dei due ingressi.

Paolo Lisa mi ha richiamato. Ha ricevuto una telefonata da Serifo della Guinea Bissau, che gli ha richiesto la fotocopia del mio passaporto. Ma come è possibile! Se il passaporto è registrato non hanno bisogno della fotocopia, tutto è agli atti. Perciò non è registrato| Malan intanto ha riferito che il nuovo Ministro degli Esteri della Guinea Bissau ha revocato tutti i passaporti diplomatici tra cui sicuramente anche il mio, ma questo non mi preoccupa. Glielo avrei consegnato di persona. Non voglio essere un loro diplomatico, non voglio rappresentare questo stupido Paese: voglio solo stare in pace con la mia famiglia e non viaggiare più. Il massimo a Chiavari a trovare mia figlia Roberta, la mia bambina di trentacinque anni sempre sorridente e madre dei bellissimi Samuele di sedici anni e Leonardo di quattro.

Mi mancano tutti i miei nipoti, non vedo l’ora di vederli, baciarli e portarli a vedere le partite di calcio della Sampdoria, anche se Samuele è milanista sfegatato. In questa casa grande sono pronto ad ospitare la mia famiglia se volessero venire qui.

Mi ha telefonato il Dottor Pittolo dell’Ambasciata Italiana. E’ andato a vedere il mio fascicolo n. 819 del 2004 ed ha rilevato che il mio problema più grande è che sono entrato nel Paese ma ero nella black list. Mi era stato notificato questo provvedimento, dicono loro e che io sono entrato ugualmente, e solo per questo reato sono tre anni di reclusione.

Palle!!!  Ora dico io, come è possibile. Ho lasciato il Paese il 17 febbraio 2002. Tutto era a posto. Nel 2004 ho inviato per tre volte le fotocopie del mio passaporto diplomatico della Guinea Bissau senza modificare le mie generalità. Mi hanno concesso tutte e tre le volte il visto d’entrata e inoltre a me o all’Ambasciata della Liberia non è stato notificato nulla. Come potevo saperlo? Sicuramente non avrei neppure chiesto i visti. Non avrei speso tutti quei soldi per il programma SPME. Tutto è andato in fumo. Mi rimane solo la possibilità di recuperare del denaro solo se confermano che io sono un diplomatico. Possibilità molto ma molto remota.

Ho fissato il tetto massimo di dieci kedi al giorno da poter spendere per la mia vita quotidiana. Oggi posso spendere 8 kedi. I soldi che rimangono li metto via per spese impreviste. Devo essere autonomo fino al 30 di Settembre. Poi vedremo. Non posso salassare oltre la mia famiglia. A questo punto è meglio andare in galera dove non si spende nulla. Chissà cosa faranno i miei compagni di cella. Li avranno trasferiti nella grande prigione? Alì mi ha consigliato di non interessarmi a loro. Sono tutti dentro per droga e se li contatti possono pensare a strane relazioni commerciali. Come sempre Alì ha ragione. Adesso è preoccupato perché come capo famiglia deve pensare a tutto lui ed è senza denaro. Io non lo posso aiutare se non con i miei consigli. Lui deve solo ascoltarmi e seguirmi ma non in galera questa volta.

Mi sono divorato un altro iranian kebab. Splendido, una cosa unica. Dove lo producono c’è una ressa incredibile. Ci saranno cinquanta lavoranti. E’ su scala industriale tutto organizzato.

Ho dormito bene nella nuova casa. Il boy del Bangladesh è arrivato molto presto. Ha pulito tutto perfettamente. Peccato che è lui che puzza. Non resisto e sicuramente dovrò dirglielo di usare  dei deodoranti, lavarsi di più e cambiarsi più sovente.

Alì è arrivato alle dieci. Siamo andati a visitare qualche Cliente nei cantieri edili. Non sono abituati a questo sistema e ciò può essere molto produttivo infatti il primo vuole acquistare 2000 metri quadri se i prezzi sono competitivi. E’ pronto anche ad aprire la lettera di credito. All’una sono stato dall’avvocato. Oggi, mercoledì, è l’ultimo giorno lavorativo della settimana. Gli ho portato altri documenti e tutte le traduzioni in Arabo. Praticamente sto facendo il suo lavoro.

Ecco tutti i documenti che gli ho consegnato compreso l’elenco delle domande da fare al Prosecutor e le sue conclusioni scritte da me e con l’elenco dei testimoni:

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dovevo fare l’avvocato delle cause perse però

Sono contento che mia moglie è serena. In trentotto anni insieme, una lontananza così, seppur forzata,  non si era mai verificata. L’amo veramente tanto. Mia figlia Daniela col suo fare energico dà sicurezza. Suo Marito Mario sta facendo ancora tutti i controlli per i forti dolori al basso ventre. Speriamo non sia nulla di grave, non se lo meriterebbe ed è tanto buono e mi tratta come suo padre e per me è come un figlio. Alessio si interessa continuamente a trovare eventuali soluzioni. E’ davvero incredibile ma sta soffrendo questa situazione molto più di me. Paolo e Roberta mi chiamano sovente ed ogni tanto sento le voci delle bambine. Sono la mia vita le quattro perle, anche i tre maschi s’intende.

L’Italiano rapito qui vicino in Iraq è vivo, questo è importante Tutti sanno che  questo Paese è pericolosissimo se si hanno aspetti somatici di europei o americani e si viaggia soli. Bisogna stare in gruppi ed evitare di addentrarsi in posti chiusi. Perché rischiare dunque? Che importa di un lavoro anche ben remunerato se si paga con la vita? Statevene a casa voi che potete . E’ meglio cambiar lavoro se non vi è altra scelta. Da queste parti la gente, per la maggior parte non ha cuore e poco cervello, è la verità. Chiediamo a cento persone straniere che vivono in Kuwait da anni  e ci sapranno dire. So benissimo che non potrò mai più ritornare in Kuwait, se ne esco vivo, ma a me importa aver sempre presente la verità della situazione senza compromessi, senza obiettivi politici e religiosi. Solo la verità ma purtroppo non siamo abituati a vedere le cose  da un lato realistico e disinteressato. Cerchiamo sempre di vedere le cose secondo il ns. interesse, deformandole e detorcendole.  Basta leggere una notizia politica su giornali di fedi opposte. La notizia è completamente diversa. In Italia poi siamo specialisti.  Per questo sono contento di essere uscito dalla mia breve esperienza politica veramente disilluso, amareggiato

E demoralizzato. Tutti fanno politica solo ed esclusivamente per il loro tornaconto. Di noi Italiani non gliene frega niente a nessuno. Ogni cosa ha uno sfondo politico. Per questo ho sempre cercato di trovare sbocchi all’estero. Come quando ho aperto la fabbrica di calzature sportive a Malta dopo che l’Ambasciatore Italiano mi aveva sconsigliato. All’inaugurazione con l’allora Presidente Maltese Buttigeg  c’era anche il nostro Ambasciatore a prendersi gli onori senza aver fatto nulla, anzi. L’unico Diplomatico Italiano combattivo, tale Giorgio Copello, lo hanno sempre trasferito il più lontano possibile per levarselo dai piedi. Che personaggio! Una volta ha voluto passare il confine con la Svizzera 3 o 4 volte solo per vedere se con il passaporto diplomatico gli aprivano le valigie.  Passò sempre indenne ma erano solo prove per rendersi conto se veramente il passaporto diplomatico garantiva qualche beneficio. A me ha garantito la galera.

Se rientro in Italia faccio una spedizione tramite Dhl al Governo della Guinea Bissau. Ritorno passaporto, documenti, tutto. Di questo Paese di cacca non ne voglio sentir più parlare. Che si arrangino con le loro rivolte e la loro fiera povertà. Hanno rovinato tutto. Avessero fatto, come avevo loro suggerito, una nota formale di protesta, questi riattivavano il progetto, aiutavano  il loro Paese in tutte le maniere, ma sono negri e come dice giustamente mia moglie, per la maggior parte non capiscono niente, hanno un senso d’inferiorità veramente spiccato, non hanno voglia di fare nulla e sono più razzisti dei razzisti e soprattutto ignoranti. L’ignoranza dilaga insieme alla diffidenza. Mi sovviene un pensiero marxista che si addice a loro:  uguali però nella povertà eccetto l’oligarchia che ha tutti i poteri e privilegi. Questo non l’ho mai capito: il potere al popolo, ma quale popolo. Come i sindacalisti rappresentano i lavoratori, fanno perdere ore di lavoro in scioperi, però loro non si fanno mancare nulla ed approfittano della loro posizione per fare politica. Solo e sempre nel loro personale interesse. Ma la gente non capisce e segue come un branco senza riflettere e ragionare. Facciamo una riflessione su Cuba. Tutti partiti della sinistra inneggiano a Cuba come esempio. Lo stesso Jovannotti ha dichiarato che a Cuba sono tutti felici. Ma che cinema ha visto! Negli ultimi due anni sono andato a Cuba 20 volte. Conosco tutto alla perfezione:il sistema, l’ambiente, la situazione sociale. Stipendi bassissimi è vero ma l’assurdo è che se qualcuno lavora per qualche impresa straniera come ad esempio le nostre quattro impiegate della Tropical Paradise Società di Paolo Lisa e mia, ufficialmente prendono uno stipendio di  450 dollari Americani cadauna, che noi effettivamente sborsiamo tutti i mesi, ma lo Stato Cubano trattiene loro 435 US dollari e lascia loro 15 US dollari al mese. Per questo siamo costretti a dare altro denaro in nero per permettere loro di vivere dignitosamente.

Ho trovato su un aereo della Blu Airline di Pecci, uno steward cubano.  Gli ho chiesto se almeno lui era contento. Si mi disse: “il mio stipendio è di US 2000 dollari al mese ma Fidel me ne lascia 20 e 1980se li prende lui.

Sarei curioso di vedere in Italia ci fosse lo stesso trattamento per la sinistra italiana. Impazzirebbero. Bisogna viverle le situazioni e poi magari raccontarle anche  al Costanzo Show che mi sembra una delle poche trasmissioni veritiere con il solo fatto che se Costanzo ti prende in grazia sei a posto se no sei finito. Otelma il mago, la Barale, Tarricone etc. ne sanno qualcosa. Però è sempre meglio di quei conduttori che non ti fanno parlare.

Dovremmo tutti usare più il cuore e meno la macchinazione. E’ tanto bello essere in pace col mondo e soprattutto con se stessi. Perché in privato non si può mentire a se stessi e la vita è un battito d’ali e tutto quello che ci sembra importante, determinante: la carriera, l’eccessivo benessere si risolve in nulla. Cerchiamo invece di fare del bene ed interessarci a chi veramente ne ha di bisogno. Ad esempio c’è gente che guadagna cifre enormi e non è mai sazia: vogliono sempre di più. Non c’è limite all’ingordigia.

Buttiamo un’occhiata sui Presidenti Africani che conosco in maggior parte: Henry Konan Bediè,  ex Presidente della Costa d’Avorio ha rubato migliaia di miliardi. Ma cosa vuol farne. Per la vita che fa  basterebbe  qualche milione da spendere in alcool mentre il suo popolo era ed è in grossissimi problemi economici. Ma è così. Gli aiuti al terzo modo se li prendono i Presidenti ed i loro accoliti complici di queste appropriazioni. E Taylor, il mio ex Presidente disponeva di diamanti a non finire ed il suo popolo muore di fame. Ma come possono godersi tranquillamente queste fortune immense  sapendo il proprio popolo sofferente? Solo perché non c’è cuore. Non c’è alcun tipo di sentimento ma solo cupidigia e menefreghismo spinto a tanta, tanta cattiveria e senza limite all’avidità.

Gli Arabi di queste parti sono uguali. Multi miliardari limitatamente ad una specifica cerchia, non gliene importa niente se hanno 90.000 abitanti nati sul posto ma che per pigrizia non si sono registrati a suo tempo come cittadini Kuwaitiani. Ora sono prigionieri come me. Non possono lasciare il Paese perché senza documenti Non possono andare nemmeno a pregare alla Mecca qui vicino in Arabia Saudita. E questi sarebbero i fratelli Musulmani. Ma fatemi il piacere! Qui in Kuwait c’è il più alto tasso di drogati, di alcolizzati e di diabetici. Droga, alcool  e dolciumi vanno alla grande. Chi non può permettersi acquista l’alcool denaturato in farmacia e lo versa nelle bottiglie di Seven Up. Tanti miscelano la para delle suole delle scarpe con l’alcool farmaceutico e respirano insieme al profumo della colla. Un tassista arabo mi ha confidato di bere all’anno mille litri di alcool (una specie di grappa fatta in casa che chiamano Arak) Incredibile ma posso segnare il nome Waled ed anche il suo cellulare perché a me piace la verità e qui non la dici a nessuno ma fuori del Paese non c’è problema: Waled 00965 9805171. Taxi n. 45 della società Osta Taxi.

A me non stupisce che si beva tutto quell’alcool, fatti suoi, il problema è dove lo trova? Infatti questo è un gran commercio in nero come una volta il proibizionismo in America. Qui si trova di tutto ed in quantità desiderata.

Però ho conosciuto qui anche dei Musulmani perfetti. Ho proposto ad uno di loro di registrare una cassetta in Arabo ed in Inglese da trasmettere nelle televisioni italiane come appello ai Musulmani residenti. ALLAH non ha mai incitato al terrorismo anzi, è un grave errore ed una grave interpretazione del Corano. Se qualcuno che lo

 conosce veramente lo comunica  a certi esaltati, mi sembra una buona soluzione. Siamo sempre nella distorsione di notizie, anche sacre, per interessi politici. Al massacro non per ideali ma per avere più potere e denaro con fama ed onori. Ogni esaltato nel mondo trova sempre purtroppo qualcuno disposto a seguirlo. Quanti assassini in carcere hanno trovato ammiratori, consorti e seguaci? Pazzesco!

Baba Faisal mi ha chiamato e vuol venire a vedere la casa.

Quest’uomo è fantastico. Ogni tanto si defila quando vede che non arrivano dalla Guinea Bissau le conferme dei miei documenti; poi ci ripensa e di nuovo mi appoggia. Vorrei che responsabilizzasse di più l’avvocato che in fondo  mi ha procurato lui. Anche Alì mi ha confermato di aver constatato che l’avvocato è veramente stupido. Dove sono capitato. Pazienza. Mi rimbocco le maniche corte e continuo a lottare da solo , come sempre e con il conforto della mia famiglia. In fondo sono abituato a lottare: tutta la mia vita è stata una lotta ora sono abituato anche alla galera. Non ce n’è più per nessuno e mi sento un cavaliere invincibile. Sarò pazzo anch’io. Tutto è possibile. Mi sovviene il libro “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam. Ne avevo comprato molte copie, con gioia di Feltri, da regalare. Poi sono rimaste tutte a me perché l’unico vero pazzo nella cerchia della famiglia e  amicizie sono io.

Beato Paolo Lisa che se ne va a Cuba. Ritorna il 28 agosto; l’ho incaricato di salutarmi tutti ma io ho deciso che a Cuba non andrò più come non andrò più in Africa e mai più nei Paesi Arabi. Starò a Genova sempre se riesco a tornare.

Basta aerei, basta spendere soldi. Finito; piuttosto vado a vendere auto da De Martino che non vedrebbe l’ora di vedermi umiliato a chiedergli un lavoro seppur a percentuale. Prima non lo avrei mai fatto. Adesso senza il minimo problema.                                                                                                         

 Spero solo di essere confermato così, con i soldi dell’Emiro posso  fare un mucchio di assistenza sociale per i bisognosi e per la mia famiglia. In africa sono disposto a dare soldi solo ai vecchi ed ai bambini bisognosi abbandonati od orfani; ma con assistenza mirata e diretta ed io so come fare, ho esperienza anche in questo.

Esperienza: ecco una parola che mi affascina e terrorizza. Mi affascina perché è un bagaglio di vita vissuta formato più che altro da negatività, da perdite di denaro, perdita di affetti e di amicizie e mi terrorizza perché l’esperienza è il frutto più che altro di cose  e situazioni che hai sofferto e soffrirai. Io non voglio più soffrire.

 Mi sono trovato tante volte a rendermi conto di saperne di più di un avvocato, di un commercialista: perché ho provato tutto sulla mia pelle infatti  in Italia ed all’estero ho costituito, acquistato e venduto non meno di un centinaio di aziende. Posso fare l’elenco. Mi sono altresì reso conto che sono bravo solo a vendere. Vendere è il mio mestiere. Qualunque cosa. Mi fanno sorridere quelli che dicono che se non trovano lavoro vanno a fare i rappresentanti. Non vi è nulla di più sbagliato. Fare il rappresentante e non il raccoglitore di ordini, è difficilissimo; non esiste una tecnica comune per il semplice fatto che l’interlocutore, cliente, cambia sempre. Personalità totalmente differenti tra i vari soggetti ed è come una lotta tra il gatto ed il topo. Bisogna prevenire le mosse, essere perspicaci e pronti a cambiare impostazione a seconda delle reazioni ma con alcune regole fisse: evidenziare i pregi del prodotto e minimizzarne i difetti, non parlare male della concorrenza e non voler vendere a tutti i costi.. Far capire che l’acquisto benefica particolarmente l’acquirente e non il venditore. Si è lì per rendergli un grande servizio ed una grande opportunità da non perdere: acquistare i nostri prodotti.

Ecco, se i nostri politici della sinistra avessero fatto i venditori mai e poi mai avrebbero basato la campagna elettorale parlando esclusivamente male della concorrenza (Berlusconi). Questo è un errore enorme. La gente pensa che si fa questo per interesse personale e vedono l’altro come una vittima indifesa. Si sta sempre con il più debole non con il più povero od il più ricco.

La “par condicio”. Dov’è  Scalfaro? Mandatemelo qui a far capire a questa gente che ho gli stessi diritti dell’Ambasciatore Americano o Italiano. Ma qui al massimo mi riempiono di calci.

Ora mi preparo qualcosa per cena che ho fame. Sono sempre più in ristrettezze economiche. Se penso agli impegni presi in Italia, comincio a sentire i brividi. Agli assegni emessi a scadenza. Sono rovinato,  lo ero anche prima però con dignità; ora ho perso anche quella. Grazie Kuwaitiani, questo vivere da forzato eremita mi ha cambiato profondamente: sono nello stesso tempo unitissimo alla mia famiglia ed unito alla morte. Non mi fa paura e perdere per sempre la mia famiglia nemmeno, perché ho visto l’assistenza e la forza che mi hanno dato mio padre, padre Raschi e padre Pio da defunti. Ti sono più vicino che da vivi. Anch’io sono pronto ad aiutare in tutti i modi ad aiutare i miei figli ed i miei nipoti con in primo piano mia moglie.

Chissà, sicuramente soffrirei se si mettesse con qualcun altro. Non ce la vedo con un altro uomo. Come non mi ci vedo risposato con un’altra donna.

A me il divorzio che ci sia o non ci sia non me ne frega niente; da mia moglie non divorzierei mai e per nessuna donna al mondo.

Mi passo il tempo guardando le olimpiadi alla televisione. Quando finiranno sarà un altro motivo di noia e solitudine.

Giovedì sera devo andare dal Principe a portare dei documenti; voglio vendergli del materiale edile per le costruzioni che deve iniziare.

Ho preparato l’arringa per il mio avvocato. Mi tocca fare il suo lavoro. L’ho scritta in Inglese e l’ho fatta tradurre in arabo. Faisal l’ha letta in anteprima e mi ha detto che sono proprio un avvocato. E’ chiaro che ho solo questa causa da seguire e me la studio in tutti i particolari.

Quel pazzo dell’avvocato però non legge niente e pensa solo ad incamerare grano ed a programmare viaggi all’estero in vacanza. Da questo lato proprio pazzo non lo è, anzi. Sa divertirsi a spese degli altri. Mi fa specie che ha l’età di mia figlia Daniela ma ne dimostra molti di più. Grasso come un maiale quando si mette in testa la cudra gli fuoriescono quelle ganasce gonfie e rosse che socchiudono gli occhi già piccoli ma mobilissimi e penetranti. Se si lasciasse prendere per mano metaforicamente e seguirmi nel percorso da me studiato ed analizzato per risolvere la mia angosciosa situazione, sicuramente ci riusciremmo, perché io non ho voce in capitolo ma un Kuwaitiano doc sicuramente è ascoltato e considerato.

Ho offerto la colazione a Mama Choudry: tre uova a testa con spremuta d’arancio e polpette di riso e legumi tipiche indiane. Questa è una spesa contenuta e sostenibile anche perché salterò il pranzo.

Faisal  ha garantito che mi farà avere al più presto campioni e prezzi delle piastrelle cinesi. Così posso dividere con lui la commissione.

Giovedì sera 26 agosto. Alì è venuto a prendermi per andare dal Principe. Elegantissimo, aveva una faccia cadaverica. Dopo varie mie insistenze mi ha riferito il motivo delle sue gravi preoccupazioni. Gli hanno infatti telefonato dal Pakistan che il matrimonio della sorella ventenne è stato annullato. Non ne conosce il motivo, ma sicuramente è perché lui è stato in galera con me. Incredibile ma vero. Ora ho su di me anche questa grande responsabilità. Trecento invitati, che hanno già fatto il regalo di nozze, non sanno capacitarsi del perché e tutti sicuramente si faranno le loro idee.

Questa povera ragazza è rovinata. Però mi ha spiegato che il fidanzato non l’ha mai baciata e mai è uscito con lei. In Pakistan è usanza che quando si stabilisce tra famiglie il matrimonio, i futuri sposi non si possono più incontrare sino alla fatidica data dell’unione consacrata. Si possono solo telefonare. Cosa ne sanno dell’amore? Niente. Sicuramente la sorella non ama il futuro marito, praticamente non lo conosce perché l’ha intravisto solo una volta. Sa solo che una volta sposata deve essere una buona moglie ed un’ottima madre dei suoi figli. Le donne pakistane non vanno a lavorare stanno in casa ed il loro unico grande lavoro è parlare. Alì infatti, quando era venuto in Italia era rimasto stupito da mia moglie che lavora più dei dipendenti.   Sono le donne in generale che creano tutti i vari problemi perché parlando, parlando li ingigantiscono.

“Cassa ha” (come stai) gli ho detto in  Urdu (la sua lingua). Si è messo a sorridere poi un rigo di lacrime gli ha solcato il viso. Gli ho consigliato di invitare sua sorella in Kuwait e di dirle che era fortunata. Sposare un idiota così poteva essere in seguito un grande problema. Nessuno, dopo l’avrebbe più voluta in sposa. Tra l’altro in Pakistan c’è l’usanza di sposarsi tra parenti perché così si conosce la famiglia da generazioni, si mantengono integre le proprietà, se ci sono e non si hanno sorprese.

Quando Saddam invase il Kuwait si era inoltrato anche nel territorio dell’Arabia Saudita. I militari pakistani, senza l’aiuto di americani o altri l’hanno ricacciato fuori dai confini. Anche come armamenti sono aggiornatissimi. Dispongono anche della bomba atomica ed è per questo che l’India li teme.

Oggi, venerdì, è festa. Mia figlia Daniela mi ha chiamato molto presto. Sono tutti abbastanza tranquilli; c’è solo il problema dei 15.000 euro da me anticipati per i passaporti e l’assegno a saldo a scadere firmato da mia moglie.

Povera gente, quanti problemi ho creato: 15.000 euro più 25.000 euro inviatimi in Kuwait per le spese , loro sono fuori di 40.000 euro tirati fuori a caffè e pizze.

Non è giusto tutto questo. Questi negri di merda ci hanno truffati. Se avessero confermato tutto prima del mio arrivo in Kuwait non mi avrebbero arrestato.

Ieri dal Principe ho saputo che il dottor Obad, lo scorpione amico di Salam, tramite internet si è messo in contatto con la Guinea Bissau chiedendo di me: gli hanno risposto che non faccio parte del loro corpo diplomatico. Ecco la chiave di tutto.

Non l’ho ancora detto a nessuno ma questa è stata una vera e propria tegola. Ora l’unica cosa da fare e che ho già cominciato, è dimostrare la mia buona fede.

Gassan è venuto a prendermi molto presto per andare a Wafra insieme a Jusef l’altro capitano di polizia. E’ stata una bella gita. Dista 150 km. da Kuwait City ma è veramente caratteristica con tutti quegli alberi che hanno importato e trapiantato.

Ho visto tanti greggi di pecore ma stranamente tutte nere. In un gregge ce ne era una bianca. Qui bisogna invertire il significato del modo di dire  “pecora” nera in “pecora bianca”. C’erano anche parecchi cammelli e alcuni neri ed alcuni bianchi. Attraversando il deserto in macchina ogni tanto vedi . isolata nella sabbia, qualche tenda da campeggio con la cisterna per l’acqua. Un autobotte d’acqua a domicilio costa 5 kedi. E’ il bene di maggior consumo.

Gassan ha preparato un delizioso pranzetto: riso, pollo arrosto, dolce, gli immancabili datteri di vari tipi e poi te tanto te bollente. Fra cinque giorni parte per la Thailandia e  ritorna il sedici settembre. Ha l’appuntamento con la sua “Melassa” la ragazza bionda americana di cui si è invaghito e che lavora in Giappone. Jusef parla poco e quando lo fa altera sempre la voce. Da buon poliziotto è abituato al comando.

Mi è venuta l’idea di scrivere una lettera aperta all’Emiro attraverso il loro principale giornale Al Wattan. E’ una cosa che in Kuwait non ha mai fatto nessuno. Chissà però se me la lasciano pubblicare ed a che prezzo.

Oggi hanno parlato dell’italiano ammazzato in Iraq: il sig. Baldoni. Gassan era molto dispiaciuto ed io ho avuto parole durissime per gli assassini.

Gassan è convinto che la colpa è degli americani. Stessa conferma l’ho avuta da Suffian Otabi, giordano.

La sua numerosa famiglia è diramata tra l’Arabia Saudita, la Giordania ed il Kuwait.

Suo cugino, in Arabia Saudita, è stato l’attentatore alla vita di re Fad. E’ una  famiglia ribelle che vede nell’imperialismo americano la causa dei problemi del mondo. E’ arrivato a dirmi che gli americani hanno loro stessi ordinato l’attentato alle due torri per creare una forte destabilizzazione e mettere le mani sul medio oriente e sul suo petrolio.

Bin Laden era un amico degli americani così come Saddam. Destituito Saddam gli americani dovevano andarsene dopo le elezioni libere. Saddam è stato venduto perché non era amato da nessuno ed era un vero tiranno; ma ora la gente si chiede: prima potevamo uscire di casa senza problemi, c’era la luce, i viveri, benzina si viveva mentre adesso si sta malissimo. Si stava decisamente meglio prima.

Mama Choudry mi ha sconsigliato di pubblicare la lettera aperta all’Emiro. Dice che non bisogna aggiungere legna al fuoco.  Come non disturbare il can che dorme ma con la differenza  che il cane sono io: il cane infedele. Conferma che questo popolo kuwaitiano  è il più stupido del mondo, non capiscono niente o capiscono quello che vogliono capire.

Se non arriva la conferma del passaporto io starò qui parecchi mesi. Non ho il coraggio di dirlo a mia moglie. Anche l’Ambasciata Italiana non sta prendendo una

 

 linea difensiva nei miei confronti. Non capisco. Luigi Porcella con tutti i problemi che aveva l’hanno fatto partire dopo 30 giorni di prigione senza avvocati, senza processi, senza niente. Prima di tradirmi Salam mi ha confermato che Porcella si è arricchito in Kuwait. Beato lui.

Ho preparato la lista dei testimoni e se qualcuno nega l’evidenza, mi ha consigliato Choudry, di fargli mettere la mano destra sul Corano e giurare di dire la verità. Credono che se mentono giurando sul Corano, Allah possa fulminarli all’istante.

Questa è una carta che mi giocherò e mi infonde un po’ di coraggio perché sicuramente non potranno più negare l’evidenza e non confermare la ricezione dei miei documenti per via diplomatica spediti il 13 aprile c.a..

Con Alì abbiamo deciso di vendere Mercedes usate  modelli 1990 e 1991. Qui sono richieste anche per il mercato irakeno. Può essere una buona idea. Oggi l’ho catechizzato. Mi sentivo un professore con l’alunno; gli ho ricordato che in carcere ero sempre forte e gli facevo coraggio. Gli ho raccontato delle mie molteplici attività infondendogli determinazione e consapevolezza dei propri mezzi fino ad ora poco utilizzati. Ho chiamato i miei figli in Italia per organizzare le  ricerche di auto usate. Dopo un’ora Paolo mi faceva una relazione dettagliata. Scannerizzato il sito internet mi spedirà le foto.

Sono troppo solo e sto rimbecillendo. Penso ai miei nipoti, a Baldoni, poveraccio. Le sinistre in Italia avranno capito che con il terrorismo non si può avere nessuna pietà per combatterlo con ogni mezzo ed in ogni luogo. Altro che perbenismi e panegirici: tutti uniti contro questi bastardi  indipendentemente dalle idee politiche e di interessi. La vita è brevissima e cerchiamo di viverla bene col cuore in pace e senza rimorsi e soprattutto preparare per le nostre generazioni una vita ancora migliore ma la base è la libertà. Poveri ma nella libertà.

Intanto l’Emiro è negli Stati Uniti. Lui può andare dove vuole con il rispetto del mondo intero mentre io no perché per loro sono un criminale. Figli di puttana, rifarei le crociate; capisco di quel genovese  terrore dei mari saraceni e che tagliava nasi e orecchie  agli arabi che incontrava. Io gli taglierei il pisello almeno la smetterebbero di violentare ripetutamente le ragazze filippine o quante altre lavorano come schiave nelle loro abitazioni. Povera Cecil, come emblema per me di queste poverette, mi ha talaltro raccontato che  veniva frustata sulle natiche nude così non poteva farlo vedere a nessuno. Sono anche sottili nelle loro cattive depravazioni. Cattivi, depravati, senza cuore e stupidi un bel melange, non c’è niente da dire. Però mi convinco sempre più che il più stupido sono io a ritornare in questo inferno arido e infuocato dai 50\55 gradi di agosto.

Anche il boy oggi non è venuto e c’è un sacco di lavoro da fare. Me lo farò io, tanto è vero sono cambiato e molto anche. Grazie Kuwait, grazie CID, grazie Prosecutor e grazie Salam. Dio vi benedica.

Paolo Lisa va a Cuba lunedì mattina e per la prima volta non lo invidio. Ho deciso: io a Cuba non metterò più piede. Stia bene Fidel. Voglio chiamare Bejjani in Africa per vedere come vanno le nostre aziende. Ho conosciuto qui un libanese molto forte che ha molte conoscenze importanti.

Per non tralasciare nulla voglio andare fino in fondo. Voglio sfruttare questa stupidità facendo leva sulla loro avidità: cerco di salvare il progetto; è una chimera ma ci voglio provare. Mi hanno confermato anche che i kuwaitiani per la maggior parte sono anche disonesti e perciò non bisogna avere molti scrupoli; ora sono stanco e voglio riposare. E’ un sabato noioso.

Il Principe mi ha mandato a chiamare . La novità è: “fai finta che i documenti a suo tempo inviati sono stati perduti; perché il tuo Governo non manda una conferma nuova del tuo passaporto diplomatico dicendo solamente che è valido?”. Vaglielo a spiegare. Pazienza. Aspetterò. Non so come finirà questa storia ma io aspetterò e non con le mani in mano.

La nota positiva è che ho conosciuto un mio coetaneo giordano e che lavora in un comitato che aiuta i paesi africani musulmani. La Guinea Bissau rientra in questa categoria. Gli può dare un aiuto finanziario. Ma sì, diamoglielo questo aiuto se è possibile. Che ben venga, tanti bambini hanno bisogno!.

L’Italia in tanto ha perso la finale di basket maschile e qui quasi tutti tifano per noi.

Suffian mi ha confermato che i kuwaitiani mai e poi mai ti aiutano se hai un problema, anzi prendono le distanze per non aver un minimo di coinvolgimento. Non ti conoscono più. Prima ti sfruttano e  ti fanno perdere un sacco di tempo. Mi raccontava di  Sara una filippina magra e alta molto carina che avevo conosciuto anch’io  perché lavorava nell’ufficio del Principe e preparava il the ed il caffè per gli ospiti. Prima lavorava in una casa. Era fuggita perché il suo padrone (non datore di lavoro) le faceva di tutto ogni notte e non ne poteva più. Ricercata dalla polizia, trovò rifugio di nascosto, presso un palestinese che approfittò di lei per altri  tre o quattro mesi e che la menava con gusto e senza motivo. Poi, per caso, conobbe il Principe mio amico che la prese subito a lavorare da lui nell’ufficio. Anche il Principe per quattro o cinque mesi ne ha fatto l’uso che ha voluto, poi la Polizia l’ha incontrata per strada mentre si recava al lavoro. Non avendo la residenza perché era scappata dal primo lavoro è stata messa in prigione. Nessuno l’ha aiutata. Il Principe s’è guardato bene di dire che la conosceva e che lavorava ora per lui. Poveretta, se potessi l’aiuterei io e senza secondi fini.

Oggi è domenica  e si prepara un’altra giornata di lotta. Chiamare Paolo Lisa prima della sua partenza per Cuba e dargli le ultime istruzioni. Speriamo che Malan non faccia la testa di cazzo. E’ solo lui il responsabile dell’Ambasciata della Guinea Bissau a Cuba e la mia paura è prenda i soldi per fare tutti i documenti necessari e poi non li spedisca e li cestini. Tutto è possibile e quel bonaccione di Paolo se ne stà.

Se fossero invertite le situazioni sicuramente avrei da tempo sistemato la cosa perché avrei energicamente messo le persone davanti alle loro responsabilità. Come, sapete il problema, vi fate mandare i soldi per vedervi a Dakar, state una settimana insieme e non riuscite a mandare una piccola conferma di una cosa che hanno fatto loro a fronte di un notevole esborso di denaro comprovato da ricevute con specificato “per il programma SPME”. Li avrei bolliti. Li denunciavo sul posto alla Polizia e facevo uno scandalo. Paolo Lisa in una settimana  non è nemmeno andato all’ambasciata del Kuwait a Dakar per sentire che aria tira. Niente. Solo in albergo ad aspettare improbabili appuntamenti.

Io ho timore che a Cuba avvenga la stessa cosa.

Mi convinco da solo che non ho ammazzato nessuno e che prima o poi devono mollarmi.

Voglio tornare all’Ambasciata Italiana con tutti i documenti del caso. Mi manca una traduzione di un foglio dall’Italiano all’arabo ed è quello rilasciatomi dal Tribunale di Genova. Intanto la mia famiglia mi ha detto di aver spedito la lista dei diplomatici dell’Ambasciata della Guinea Bissau a Cuba dove figura il mio nome e la mia carica di primo consigliere. Però mi viene il dubbio che questa lettera  ufficiale non sia mai stata inviata da Malan al MINRE che è il Ministero degli esteri cubano. Sicuro! Questi africani sono proprio una banda di mascalzoni come quando Malan mi ha rubato quattrocento dollari americani, ma questa è un’altra storia.

L’andatura tua possente e audace.

Il corpo tuo flessuoso e vellutato

Fan le mie vene sì come la brace

Quando m’accorgo che un altro t’ha guardato.

E tu sei mia, ma non mi convinco,

non perché non sia degno delle tue fattezze

ma perché l’unghie tue color di zinco

ferman sovente le mie carezze.

Questa è la poesia che mi aveva ispirato mia moglie  dopo due mesi che uscivamo insieme.

Quanta passione c’era ed è durata tantissimi anni, poi è subentrato un amore tosto, solido irrevocabile e mia moglie è la mia vita, la mia ragione di vita e per questo mi manca da morire ma non posso dirglielo, si preoccuperebbe tantissimo ed il suo diabete andrebbe alle stelle. L’amo davvero tanto questa donna e non credo potrei amarla di più; mi mancano le sue sfuriate e la sua mancanza di smancerie. Mi dispiace solo che abbia un marito così stupido e superficiale. Non se lo merita proprio. Lei doveva sposarsi un impiegato con la sua quotidianità, il suo tran tran. Niente sprechi, solo l’essenziale, magari una tazza di caffè e latte la sera per cena, ma senza problemi. Vita tranquilla. Io le ho regalato una vita movimentatissima e talvolta da infarti; però la nostra famiglia è bellissima.  E’ l’unico capolavoro che sono riuscito a fare e ne vado fiero. Uniti nella ricchezza e nella povertà con dignità. Il problema è che il babbo la dignità l’ha già belle che persa qui in Kuwait.

Il lavandaio si è stupito che vado sempre io a portargli la roba da lavare e a ritirarla quando nel prezzo è compresa la consegna a domicilio, ma non so cosa fare e questo è anche un momento di evasione. Come sabato sono andato a piedi al super mercato che dista più di un chilometro da casa mia. Prima sarebbe stato impossibile. Ora vado senza problemi nella calura più soffocante e arrivo trafelato con i miei sacchetti ma almeno mi sono un poco distratto. Dopo la galera si apprezza tutto, anche un respiro d’aria calda e polverosa. Chissà se Tanzi la pensa come me. Buon per lui che a Parma non fa questo clima terribile di posto più caldo del mondo.

Sto aspettando con ansia la telefonata di mia moglie che stranamente non arriva: ha squillato il telefono di casa ed io io ho risposto “amore” pensando fosse lei invece cercavano il matan (il ristorante). Mangiano sempre questi kuwaitiani; praticamente a ciclo continuo. Qui , infatti, tantissimi ristoranti sono aperti 24 ore su 24.

Vado a fare una bella doccia  a di acqua bollente perché qui l’acqua fredda non esiste.

Vi sono le cisterne in metallo sui tetti delle case e il sole cocente fa si che l’acqua è sempre calda anche di notte.

Non so che ora sia e non ho voglia di guardare; ecco il tempo in galera è solo una lancetta che scorre su un quadrante che ogni giro che fa accorcia la tua permanenza in quel delizioso luogo; fuori non interessa. Giri pure quanto vuole questa lancetta. Quando hai sete bevi, quando hai fame mangi e quando hai sonno dormi. Non vi è l’ansia della cambiale in scadenza,  l’impiegato della banca che ti chiama e le multe da pagare.

Mi viene da sorridere al pensiero di Cuba quando ad una cena il Generale dell’aviazione Cubana tal Vladimiro Alsevedo mi chiese davanti a tutti ed a bruciapelo:”per te qual è la cosa più importante per un uomo?” “La libertà” risposi  di getto e con naturalezza, ma poi ho visto un pallore sulle guance degli altri commensali e mi sono rettificato: “La libertà di combattere l’imperialismo americano” Da vigliacco. Mia moglie mai e poi mai si sarebbe giustificata. Come quando nel nostro ristorante  in Genova, città comunista, un cliente le disse: “Signora, lei mi sembra un po’ di destra” “Si sbaglia” rispose mia moglie :”io sono di estrema destra”. O come quando ero nel 1994 responsabile della sede regionale di Forza Italia ed invito a casa mia quell’irriconoscente di Pasquale Ottonello candidato alle regionali che dopo il caffè ha la brillante idea di chiedere il voto a mia moglie: “Mi dispiace ma io il voto lo do a Plinio” (Esponente di Alleanza Nazionale). Ora però dopo il volta faccia di Fini si è avvicinata a Berlusconi e lo difende a spada tratta con tutti a costo di perdere la clientela. Ecco, questo Silvio non lo saprà mai, ma una persona lo difende con argomentazioni molto valide e disinteressatamente. Forse l’unica. Anche con i no global  quando sfilano e poi magari prima di partire fanno un salto da noi (siamo davanti alla stazione ferroviaria) a prendere qualcosa e hanno la malaugurata idea di parlare con mia moglie e di chiedere solidarietà, lei risponde per le rime incurante che possono anche farle del male fisicamente  e sfasciarci il locale. Ecco lo strano: tutti la rispettano; rispettano il suo coraggio e la sua determinazione. Non ha paura di niente e se qualcuno parla male della famiglia o di Berlusconi se lo mangia a parole. Altro che quei politici falsi, interessati e volta gabbana di cui si circonda il Cavaliere che sono pronti a tutto anche a pugnalarlo alla prima occasione e rinnegarlo nei momenti di palese difficoltà. Anch’io quando lo critico per avere ad esempio pensato prima di tutto a  sistemarsi le sue cose incurante delle mie e di quanto altro. “Non capisci niente, pensa soltanto a quanta gente dà da mangiare a tutte quelle tasse abolite (quella sui frigoriferi, sulla taratura, sull’eredità), l’aumento delle pensioni, i contratti di lavoro a termine, libertà di assunzioni, espatrio per i clandestini,vita dura per le puttane e i travestiti, controlli nelle discoteche con chiusura anticipata,la patente a punti che ha ridotto tantissimo gli incidenti, la legge sul fumo nei locali pubblici” mi ribatte mia moglie e forse ha ragione ma io ai no global non lo direi mai, lei sì.

Marco Rizzo è  amico dei miei figli ed ogni tanto li viene a trovare specialmente quando si trova a Genova ma si guarda bene di parlare di politica perché sa che per lui qui il terreno non è fertile. Questo è il bello della vita essere amici rispettando  le proprie idee e quelle degli altri senza cercare  di imporre nulla e Marco Rizzo detto “cerino” è proprio un bravo ragazzo determinato che si merita il posto che occupa. Ha faticato molto ma è arrivato, però è rimasto quello di sempre e se lo chiami sul cellulare ti risponde prontamente. Ecco quello che manca a Berlusconi: gente di carattere che si batta per l’ideale politico, la causa comune e per lui. Ne ho frequentati tanti di suoi politici all’epoca, ma l’unica che ho visto e sentito è proprio mia moglie.

Come tutti quei milionari  che per snob fanno i sinistroidi: Lo fanno  solo per convenienza e perché hanno tutto da guadagnare: nessuno così li attaccherà mai. Sono pronti anche a sputare dove mangiano tanto sanno che i problemi possono arrivare solo dalla sinistra. Li vorrei vedere in un regime di sinistra tipo Castro dove vedessero in pericolo le loro proprietà e le loro entrate finanziarie: scalpiterebbero come  giovani puledri imbizzarriti, anzi dovrebbero solo accettare in silenzio per non avere guai peggiori . Vallo a spiegare alla gente che Nanni Moretti,ad esempio, re dei girotondi ha preso  molti miliardi dai Governi della sinistra  come contributo ai suoi film e che un Governo  più avveduto non elargirebbe con tanta facilità.  Questa è una cosa che non ho mai capito come imprenditore fallito. Un comune, per esempio Genova. La più grande attività della città è il Comune. Qui per anni abbiamo eletto a capo del Comune : un tranviere,un pretore,un farmacista. Cosa possono sapere di bilanci e di scelte economiche. Mio cognato Freddi Giovanni, ormai deceduto era ragioniere vice capo del Comune di Pavia. Mi raccontava che quando  a governare c’erano i democristiani i bilanci quadravano. Con l’avvento dei comunisti debiti oltre misura, una cosa incredibile.

Nelle mie aziende se ero in difficoltà nessuno mi aiutava, tanto meno lo Stato, anzi. Dovevo arrangiarmi per essere regolare con gli stipendi e i vari pagamenti e lottare sempre. Nelle grandi imprese se non ci sono soldi i soldi arrivano, gli indebitamenti aumentano e poi ci si meraviglia dei casi Cirio, Parmalat, ma bisogna vedere i bilanci dei Comuni, le spese gonfiate in tutte le situazioni,, dai piccoli rimborsi alle opere pubbliche; poi ogni tanto qualche scandalo, qualcuno paga relativamente ma rimane tutto come sempre: un grande, grandissimo INCIUCIO. E questo vale per tutti, destra, sinistra,centro è solo differenza di percentuali.

Le trame di palazzo poi sono fantastiche. Io ne ho assistito a molte. In Forza Italia mi ero fatto molti nemici perché non assecondavo nessuno. Mio genero militare di carriera a Brescia con la famiglia a Genova più di una volta mi ha chiesto  un intervento  presso Previti, l’allora Ministro della Difesa, per avvicinarlo a casa. Ma se  lo avessi fatto voleva dire per me che facevo politica per interessi personali e questo non era nel mio carattere. Come quando ebbi contrasti con il Senatore Grillo che, venduto il suo voto a Berlusconi cominciò a imperversare in Liguria nel movimento azzurro. “La differenza fondamentale tra me e te” gli dissi  “che tu i soldi dal partito li prendi ed invece io ce li metto.” L’arrivo di queste persone,  dei mercenari della politica, il ritorno dei falsi democristiani, Gagliardi, Scajola, etc. mi avevano disgustato per il loro clientelismo e la sete di potere. Non era più scendere in campo per un bene comune e nell’interesse della nazione ma solo ed esclusivamente interessi personali. Che vadano tutti al diavolo e si godano il loro effimero potere i loro falsi amici e la  loro falsità  nei confronti del Capo che sicuramente lo sa ma fa buon viso a cattiva sorte. Ma chi glielo ha fatto fare!  Come a me chi me lo ha fatto fare di venire qui in Kuwait tra queste grandi teste di cazzo.

Mia moglie finalmente mi ha chiamato. Ora la giornata ha un altro aspetto. Vuol mandare nostra figlia Daniela in Guinea Bissau a regolare il mio problema. Sicuramente può essere una buona soluzione. Ma aspettiamo ancora un poco, poi vedremo.

Lunedì 30 agosto. Finalmente ho fissato l’appuntamento con l’Ambasciatore di Cuba per domani alle ore dieci. Cercherò di fare il possibile per avere una conferma scritta che faccio parte della delegazione diplomatica della Guinea Bissau a Cuba. Ho fatto anche tradurre dall’Ambasciata Spagnola la lista dei componenti come da lettera ufficiale a mie mani. Poi sono  andato dall’avvocato. Mentre aspettavo ho avuto la malaugurata idea di andare a consultare anche un altro avvocato al nono piano dello stesso stabile. Tale Al Aquti. Io conoscevo il suo tirapiedi. L’avvocato aveva un aspetto rassicurante, contrariamente al mio. Gli ho spiegato la situazione chiedendogli l’importo della sua parcella perché avendo già pagato l’altro avvocato, di cui non avevo molta stima, non potevo sborsare molto denaro. Mi ha detto che avrebbe controllato il mio caso, dopodiché mi avrebbe comunicato la parcella. Uscendo, il suo segretario mi ha chiesto 50 kedi (180 USD) per prendere i miei dati.

Quest’avvocato non mi interessa più. Ne ho già uno di pescecane e non voglio aggiungerne altri.

L’avvocato Al Staine è arrivato come sempre in ritardo. Gli ho spiegato della mia intenzione di affiancargli un altro legale e mi ha risposto che lui lavorava da solo. Mi ha ribadito ancora una volta che tutti i documenti che gli ho dato, anche tradotti in arabo, non  servono a nulla. Serve solo un nuovo documento da parte della Guinea Bissau. Gli ho chiesto di telefonare all’Ambasciatore del Kuwait a Dakar e finalmente si è messo in contatto con lui. Dopo aver parlato  in arabo lungamente e scrivendo e prendendo appunti, quando ha terminato mi ha fissato con i suoi occhietti neri ancora più piccoli e mi ha detto:”Mister Marco, now big problem for you”. Praticamente ero nella cacca perché l’Ambasciatore gli ha riferito che è in contatto con l’assistente consigliere del Primo Ministro della Guinea Bissau tale Dasnan Osman il quale ha riferito che non sono un diplomatico della Guinea Bissau.

Stranamente la cosa mi ha fatto molto piacere. Un po’ perché me l’aspettavo e anche perché ora avevo un riscontro preciso da controbattere e con tanto di numero di telefono. Avvisata  subito la mia famiglia del fatto, si sono messi in contatto con Serifo il quale, ringraziando, ha detto che farà fare la lettera di conferma del mio passaporto proprio dallo stesso consigliere Osman.

Ora hanno capito che c’è stato qualcosa di preciso che mi ha danneggiato e non il mio comportamento: Hanno anche avvisato Paolo Lisa  che si è reso conto così della mia totale estraneità a quanto accadutomi. A questo punto con una tale prova possiamo inchiodare il Generale e Serifo se questi non fanno immediatamente quello che devono fare, infondo il passaporto l’hanno consegnato loro, ei soldi li hanno presi loro e i documenti li hanno rilasciati loro. Domattina  mando una e mail a Serifo  con toni molto forti.

 

Suffian è venuto a prelevarmi il tardo pomeriggio mentre mi gustavo una partita di calcio in televisione tra le formazioni “primavera” del Genoa e della Juventus per il trofeo Carlini. Avrei tanto voluto vederla ultimare ma Suffian ci teneva in modo particolare che uscissi con lui. Siamo saliti sulla sua vecchissima auto una Chevrolet enorme da far invidia a quella degli zingari sia per i  pezzi mancanti della carrozzeria sia per sporcizia e siamo andati a Faheel con un suo amico. Per evitare un controllo do polizia abbiamo fatto un giro enorme (chissà perché?) Ad un tratto un auto che ci seguiva ha cominciato ad abbagliare. Suffian ha fermato il catorcio di colpo e questi che ci seguivano hanno cominciato a pigiare sul clacson. Poi ci hanno superati: erano tre donne vestitissime di nero su una lussuosa BMW  e a loro volta si sono fermate di colpo davanti a noi, rischiando di essere tamponate. Poi quando Suffian le ha superate ci hanno tirato di tutto compreso due bottiglie di plastica piene d’acqua, una scatola intera di kleenex ed un tubo di patatine Sprigler. Ho detto a Suffian di stare calmo perché è molto pericoloso aver problemi con donne kuwaitiane e lui lo sa meglio di me ma purtroppo è una testa calda, come suo cugino l’attentatore. Tant’è l’ha speronate con la decrepita auto e siamo fuggiti nel traffico cigolando e con l’auto più pulita. Così ora sarà sicuramente ricercato. Ho mandato l’e mail a Serifo, sollecitandolo di fare presto la conferma e redarguire l’infedele collaboratore del Primo Ministro che dava notizie  senza documentarsi. Spero solo che non mi abbandoni questo stato che provo di menefreghismo e mi subentrasse l’ansia. Sarei rovinato con rischio d’infarto.                                                                                       Ora comincia l’ultima giornata d’Agosto. Chissà quanto tempo dovrò restare ancora qui e se a piede libero o in galera? Chissà quanti problemi si affiancheranno a quelli esistenti visto che le disgrazie non vengono mai sole? Meglio non pensarci e vivere alla giornata. L’affitto è pagato sino alla fine di Settembre. Il mio indirizzo lo sanno in pochi. Al limite faccio il latitante. Ma no, non è possibile perché Faisal mi venderebbe subito in quanto come kefil è responsabile e se non mi trovano  può avere sicuramente dei grossi problemi. Faisal teme anche la sua ombra.

Voglio anche fare un salto in Chiesa. Mille volte me lo ha detto mia moglie, ma per un motivo o l’altro non sono ancora andato.

Quante promesse avevo fatto all’epoca quando ero indagato per la Liberia e non potevo rientrare in Italia. Non ne ho rispettato neanche una. Per questo provo un certo imbarazzo a ripresentarmi. Sicuramente non mi darebbero più ascolto, non sono attendibile però so anche che la misericordia è un pilastro della nostra religione. Spero abbiano pietà di me.

Ora però  sono cambiato veramente. Non so se sto diventando pazzo o lo sono già o incosciente, ma una cosa è certa: sono determinato, determinato ad accettare tutto questo con serafica tolleranza. Sto espiando le mie colpe, come se fossi all’inferno, distante dai miei cari  e dal mio mondo in un caldo torrido e solo, molto solo per riflettere,migliorare nello spirito, soffrire in silenzio senza darlo a vedere a nessuno, neanche a me stesso. Giuro, ho lo stesso spirito e stato d’animo e la stessa forza dell’Italiano prigioniero ed in una situazione  molto più grave della mia e che nel momento fatale ha dimostrato tutto il coraggio proferendo la frase:”Ora vi faccio vedere come muore un Italiano”. Sono pronto a fare lo stesso anch’io. Lo dico convintissimo e senza esitazioni. Forse il mio ultimissimo pensiero andrebbe a Rebecca, la nipote più piccola, e probabilmente  abbozzerei un mezzo sorriso.

Alì vuole soldi e non so come fare a negarglieli. Non ne ho neppure io; però lui ha sofferto per me e non me la sento di essere ingrato. Vuol dire che salterò dei pasti tanto sono sempre grasso. Ogni mattina mi sveglio con qualche problemino: o male alle gengive o dolore al petto od occhi arrossati o formicolio ai piedi o dolori alle gambe, insomma ne ho sempre una. Sto diventando vecchio e noioso. No, quello lo ero anche prima, infatti mia moglie mi diceva sempre che ero noioso e che mi ripetevo sempre. Mi sarebbe venuto da rispondere  come l’onorevole Biondi : Mi ripeto così sono sicuro che voi capite”. Anche Biondi è stato un po’ bistrattato, ma lui non ci fa caso, va avanti per la sua strada incurante dell’età che inesorabilmente avanza e parla, parla tanto; penso si incanti da solo. Non perde mai occasione per presenziare. Però è tanto buono. Lo conosco da tantissimi anni, da quando ero ragazzo. A sedici anni ero il Presidente dei giovani Liberali di Chiavari e lui era il capo provinciale. Il mio capo diretto insomma. Ci siamo poi ritrovati in Forza Italia insieme all’amico Bruno Valenziano che ci ha lasciati recentemente. Erano come il gatto e la volpe Bruno e Alfredo ma erano inseparabili. Si parlavano male dietro ma era tutta una tecnica per scoprire gli umori i pensieri, la fedeltà della gente. Io non ci sono mai cascato. Poveri politici con tutti i loro scheletri negli armadi.  Nella loro intimità saranno poi felici? Questo contar palle a tutti , anche a se stessi non turberà i loro sonni? Ma sicuramente no con tutto il pelo sullo stomaco che si ritrovano. Beati loro. Vivere nell’egoismo e menefreghismo effettivamente può essere molto appagante. L’importante è non avere mai uno sprazzo di lucidità per capire realmente quello che sono.

Siamo stati in un internet caffè ad inviare in Italia tutti  i documenti a mie mani. Con l’avvocato Vernazza stiamo preparando una difesa indipendentemente da questi negri di merda. Ogni tanto Alessio parla  per telefono con Serifo ed il Generale e gli dicono sempre le stesse cose: “Stiamo preparando le lettere, non ti preoccupare” e intanto i giorni passano, le spese corrono e i coglioni girano.

E’ proprio vero che guardare indietro talvolta fa bene. Io mi lamento e ci sono milioni di situazioni decisamente peggiori della mia. Siamo proprio egoisti. Ho solo paura che mi prenda l’ansia e la depressione. Ne so qualcosa di quello che  ho passato nel 2000/2001 sempre qui in Kuwait e mio figlio Alessio che mi ripeteva: “Non ti fidare, non tornare in Kuwait” ed io ero sicuro della mia posizione diplomatica, del rispetto delle regole internazionali, del fatto che non avrei commesso nulla senza la loro autorizzazione. Come sempre ci si sbaglia  e non si può vivere una seconda volta forti dell’esperienze negative.

Ora voglio chiudermi nel mio guscio. Non voglio vedere nessuno, solo la televisione e scrivere come sfogo queste quattro righe.

Intanto l’avvocato continua a festeggiare: ora è al Cairo. Sicuramente ritornerà assetato di denaro.

Paolo Lisa non mi ha ancora chiamato da Cuba. “Together for ever” è bello che terminato. Lo consideravo un amico fraterno; invece anche lui pensa ai soldi che ha investito e dice  che non vuole perderli. E’ vero, l’ho trascinato io in questo, ma lui   è sempre stato presente e libero di scegliere. Non ho mai forzato una situazione, anzi. Lui si è  preso l’iniziativa di  mandare  i soldi a Serifo per il programma SPME dicendomelo dopo.

 Prima o dopo capirà anche lui che i soldi non sono tutto; quando hai quelli per vivere modestamente, senza troppi grilli per la testa ce n’è d’avanzo.

Non sopporto più Alì. Non capisce niente, è presuntuoso e per di più sempre quella faccia triste , cadaverica, proprio deprimente. Non fosse che ha fatto la galera  a causa mia, lo avrei già mandato al diavolo; però non gliene lascio passare una liscia. Sono sempre a rimarcare tutto fino all’esasperazione. Non so come faccia a non ribellarsi.

Ieri sera sono stato in centro a spedire il fax al generale ed ho cercato anche di telefonargli ma non sono riuscito a parlargli. Se non rispondono entro oggi vuol dire palesemente che non vogliono far niente. Hanno detto che questo Osman Dasman è un arabo che non fa parte del nuovo Governo della Guinea Bissau; praticamente è un infiltrato, una spia. I militari lo hanno fermato ed interrogato sul posto. Ma sicuramente sono tutte balle.

Ho scritto al Generale Mina che conosco molto bene il Presidente del Senegal Wade e anche suo nipote ha soggiornato in casa mia per quindici giorni nostro ospite. Il caso lo faccio partire da lì. E per loro questo è più preoccupante perché per viaggiare la loro base è il Senegal e finire sui giornali non fa piacere a nessuno. Anche questa è una carta che ho considerato. Far presa sui mass media, ma di me non gliene frega niente a nessuno tanto meno all’Ambasciata Italiana che non è in gradi di imporsi. Sono una massa di parassiti ruba stipendi solo capaci a presenziare ai ricevimenti ed a rilasciare visti d’ingresso.

Questo è un altro spreco enorme: guardie del corpo, personale a iosa con stipendi elevati e gli Italiani a pagare come sempre. Almeno facessero finta di fare qualcosa. Prati, l’Ambasciatore con la moglie orientale si preoccupa solo dei contatti ad alto livello. Se un normale cittadino Italiano qui in Kuwait chiede di poterlo incontrare è sempre occupato. Io sono, almeno pensavo di essere un diplomatico con la benedizione di Scalfaro e la sua “par condicio” applicabile solo a lui, agli altri e al popolo della sinistra, e non mi riceve  manco morto. Alla faccia della diplomazia. Eppure ci eravamo conosciuti  e ci davamo del tu, come si usa tra colleghi. Forse proprio per questo vuole evitarmi e tenere le distanze. Povero Cavaliere, che gente  che lo circonda; li sceglie con il lanternino; lui va per raccomandazioni e conoscenze. In Liguria se Baget Bozzo gli suggerisce un nome lo fa diventare come minimo sottosegretario e poi deputato mettendolo in un collegio sicuro. Non gliene frega niente degli umori della piazza, della gente comune che attivamente contribuisce alla divulgazione del verbo azzurro. Bisogna fare come mia moglie e lottare in solitudine senza rinunciare alle proprie idee ed avere il coraggio di esprimerle in ogni occasione.

Brava Tiziana! Sei un esempio di fermezza, serietà e coraggio. Come te non ne nascono più ed io ti amo perdutamente e ti ammiro e quando al mattino ascolto la tua voce e ti dico che sto bene e di non preoccuparti, un rigo di lacrime solca il mio viso. Mi manchi tanto, amore mio. Mai come ora, mai come ora ho capito che voglio sfruttare ogni minuto della mia vita futura, spero da uomo libero,per starti accanto fino ad asfissiarti. Poi rivedo i volti dei miei figli  e dei miei nipoti ad uno ad uno. Sono bellissimi e non lo dico da nonno orgoglioso di parte, ma come testimone di una  verità: sono tra i più belli del mondo.

Mi ha telefonato Cecil, vuole vedermi ma sicuramente vuole un aiuto finanziario che non posso dare. Con gentilezza ho declinato l’invito. Così come ho già avvisato i ns. impiegati dell’Agenzia Tropical Paradise che a Cuba non andrò mai più e nemmeno ai funerali di Fidel se muore prima di me.

Vorrei veramente dedicarmi con professionalità e non superficialmente come ora, a scrivere delle mie esperienze vissute nel mondo. Sicuramente potrei scrivere una collana perché la mia, lo giuro, è stata una vita movimentatissima in tutti i campi, ma con un filo conduttore: l’unione della mia famiglia. Tutto il resto è noia, come dice Califano in una sua canzone.

Tante, troppe volte mi chiedo perché comportarsi in una certa maniera,magari con un po’ di spregiudicatezza, ma mai in mala fede o con l’intenzione di nuocere, può essere interpretato sempre come nota super negativa e accusatoria. E i veri delinquenti allora? Quelli sono temuti e rispettati. Ad esempio il commercialista Bernardini Angelo di Genova appena accoltellato da un cliente un certo Tubetiello a me ha fatto perdere parecchi milioni. Mi ha fatto acquistare  un’azienda  che  era in stato fallimentare, dicendomi che era un ottimo affare e che aveva controllato tutto e che tutto era in ordine. Però io mi sono limitato a cambiare commercialista continuando a salutarlo logicamente senza alcuna stima per il professionista.

Il dottor Hassan  è venuto a trovarmi stamane. Che piacere! C’è scappata anche qualche lacrima. Gli ho fatto vedere e leggere tutta la documentazione diplomatica a mie mani. E’ il mio principale testimone  del disumano trattamento subito dal CID. Ha confermato la sua disponibilità ad aiutarmi ancora. Lo amo.

Sto impazzendo è vero ma ho una  carica d’amore da esternare come una bomba e se non mi scarico rischio l’implosione.

I miei due ragazzi mi hanno telefonato contemporaneamente. Uno sul telefono di casa, l’altro sul cellulare. Che gioia i miei ragazzi, colonne, insieme alle figlie, della mia vita. Stanno facendo l’impossibile per tirarmi fuori. Non lo dimenticherò mai. Magari fra qualche anno ne discuteremo sorridendo. Magari.

Sono fottuto, devo reagire; mi sta prendendo lo sconforto e lo so poi si trasforma in angoscia e disperazione. Sono troppo solo, maledizione! Spostarmi è un casino perché non ho soldi. Devo stare in casa imbottirmi di televisione e mangiare quello che c’è ancora nel frigo. Non voglio pesare sulla mia famiglia. Hanno già tanti problemi e ci mancavo io! Adesso c’è anche la storia  dei 7500 USD da dare al tipografo. Come faremo. Ho rovinato tutta la mia famiglia. Non se ne salva neppure uno. La Roberta forse. La mia vita un fiasco totale. Vita di sogni ed illusioni quando si poteva stare tranquilli facendo il passo secondo la gamba. I miei fratelli gongoleranno. Loro lo dicevano sempre  che sono la pecora nera della famiglia e hanno anche preso le distanze. Sono troppo ignoranti che hanno anche coinvolto i miei figli che hanno solo la colpa di essere tali. Eppure mio padre e mia madre avevano fatto il possibile per tenerci uniti e lo siamo stati per un lungo periodo. Con le mie prime disgrazie hanno preso le distanze alla grande. Qualcuno di loro s’è dimenticato anche dei benefici avuti dal sottoscritto. Vedi mia sorella Germana che abita  in una bella villa  perché le avevo ceduto il bellissimo terreno e suo figlio Carlo che ora ha un’azienda a carattere europeo nel campo sportivo, la “Freddy”, penso non abbia dimenticato che grazie a me ha intrapreso questa scelta. L’avevo preso come un fratello minore, infatti ci separano solo 11 anni ed io l’ho sempre amato come uno della mia famiglia. Mi ero imposto con  mia sorella quando lei voleva che continuasse a studiare all’università e lasciare tutto. Ora gode il frutto della sua tenacia. Ma io gli avevo ceduto gratuitamente un ramo della mia grande azienda: la produzione di calzature da ginnastica ritmica, con tutta la clientela in Italia ed all’estero. Poi lui ha fatto il resto e bene.

Ma come faccio ad essere  così giù con il morale quando ho visto in tv il volto della madre di Denise, la bimba di  quattro anni sparita in Calabria. Penso ai miei nipoti e un freddo mi percorre la schiena. Anche per Denise mi dispiace tantissimo e capisco il dolore immenso, senza limiti dei genitori, dei parenti. Io penso che si possa anche  morirne da questo dolore; per questo ho tollerato sempre tutto  a mia sorella Gabriella. A lei è morto un figlio di venti anni. Marco era il mio nipote preferito; sempre insieme ai miei figli in particolare con Alessio che erano quasi coetanei e quasi inseparabili. Poi un incidente,  un aneurisma difetto dalla nascita dicono, ha stroncato la sua giovane vita. Ero lontano in Africa ad Abidjian e non potevo rientrare . E’ stato il dolore più grande della mia vita e penso anche per tutta la mia famiglia.

E’ brutto sentirsi impotenti quando un tuo caro ti sta lasciando e non puoi fare niente per lui. Solo pregare: E’ terribile. La morte di questo bellissimo ragazzo mi ispirò una poesia:

                 A Marco

Vent’anni, vent’anni, sì, vent’anni,

mi sto ripetendo da giorni disperato, ma

perché, destino ingiusto, tra tutti quelli

pieni di malanni hai scelto lui nipote adorato?

     Com’eri bello Marco, son sincero,alto

Imponente col tuo dolce sorriso,

      incantavi con lo sguardo per davvero

chi ti stava vicino.

      Il tuo viso, dai lineamenti fini e regolari,

la tua ordinata pettinatura, fiero, due spalle

esemplari, eri veramente una splendida figura.

      Non è possibile, ripeto qui lontano e piango,

non soltanto perché sei mancato, ma perché solo                                                     adesso, che è invano, mi rendo conto di quanto

ti ho amato.

 

 

Costa D’Avorio, 23 febbraio. 1991

 

Ho parlato con le mie nipotine Beatrice e Rebecca. Beatrice oggi compie 6 anni. Ha vissuto tre anni con noi ed è stato bellissimo. I tre anni più belli della mia vita. Non vedevo l’ora di rientrare a casa e giocare con la mia Mulan. Lei saliva le scale interne della grande casa, con il suo cuscino e veniva nel lettone dei nonni, dalla parte della nonna però. Riuscivo lo stesso a riempirla di baci e coccolarmela. “Ti voglio tanto bene, nonno” mi ha detto “Quando torni? Ti aspetto”. Poi mi ha passato Rebecca che compie 4 anni il 25 ottobre “Nonno, sei sempre in Kuwait? Mi manchi tanto”.

Quando ho chiuso la comunicazione ho pianto a dirotto. E’ stato il primo pianto liberatorio. Io penso che il compendio di tutto questo finora capitato a me consiste in una grande riflessione, monito per il futuro di chiunque, che si racchiude in tre parole: SOGNARE, NON RISCHIARE.

Ogni scelta che si deve fare, ogni proposta che ci viene sottoposta, bisogna  guardare e valutare esclusivamente solo il rischio. Il guadagno o i benefici sono insignificanti se vi è anche il minimo rischio.  Anche in questo mia moglie è maestra: poche parole, pochi progetti, rimboccarsi le maniche e lavorare rendendosi utile facendo il passo più corto della gamba e senza particolari pretese e godersi solo la famiglia e la natura.

A me una vita così ha sempre spaventato. Il tran tran,  la routine era come vivacchiare e aspettare per morire. Non conoscere il mondo, non provare emozioni differenti, cambiare il proprio sistema di vita. Tante volte è come rinascere. Non l’ho mai fatto per i soldi, perché uno che ama i soldi non li spende e non rischia a tal punto.

Il mio problema è che non  ho mai dato valore al denaro. Ne ho guadagnato in quantità e ne ho speso ancor di più. Potrei essere indicato come il portabandiera del consumismo e del principio edonistico – dare un valore ad ogni cosa secondo il desiderio che hai di possederla-. Ho sempre fatto così e se volevo qualcosa la prendevo a scapito del costo e delle possibilità. Però non ho mai fatto protestare un assegno o una cambiale. I miei impegni li ho sempre portati a termine anche con le banche.

Ora mi manca lo smalto e la capacità di reagire a  situazioni economiche negative e non riesco più ad inventare il denaro come facevo prima. Come quella volta che si presentò nel bar- ristorante

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